niatri noi, altri.          a cura di Giuliano Arnaldi
 
Giuliano
Arnaldi
ideazione e
coordinamento
Carlo Gatti
traduzioni e accoglienza Casa Jorn
Gian Mario
Delucis
gastrosofia e logistica
“I liguri sono di due categoria, quelli attaccati ai propri luoghi come patelle allo scoglio che non riusciresti mai a spostarli; e quelli che per casa hanno il mondo e dovunque siano si trovano come a casa loro. Ma anche i secondi, e io sono dei secondi (…) tornano regolarmente a casa, restando attaccati al loro paese non meno dei primi.”
 Italo Calvino , Il comunista dimezzato, intervista di Carlo Bo  “ L’Europeo”, 28 agosto 1960.
 
Le parole sono vive, e spesso testimoniano in modo sorprendente la natura del popolo che le ha generate. Nel caso di noialtri, pronome personale di prima persona  contenente  espressioni apparentemente antitetiche, l'affermazione di identità e appartenenza trova  senso e si rafforza  nel riconoscimento di ciò che è altro, e che proprio in quanto tale qualifica la nostra identità e ne è legittimato. E' questa alterità che ri-conosce l'identità, in una dimensione in qualche modo archetipica.
I linguaggi dell'arte, a partire dal novecento, ci hanno svelato questa identità/altra, sempre più tesi allo stupore e al godimento  dell'origine stessa della realtà prima che alla sua conoscenza e rappresentazione, sempre più lontani da un'arte per tutti e alla ricerca di un'arte per ciascuno.
 Non a caso si afferma la ri-conoscenza delle espressioni culturali di popoli lontani, non a caso la definizione arti primarie sostituisce sempre più quella di arti primitive.
Il nesso profondo degli eventi di tribaleglobale '07 è sostanzialmente questo: la presentazione senza soluzione di continuità di opere d'arte africane ( ma non solo) e di opere d'arte moderna svela in un lampo questa unità, a condizione di volere anche noi stupirci e godere prima di comprendere.
Abbiamo inoltre la fortuna di  vedere queste opere nel ventre caldo che ha generato la dimensione moderna  delle arti primarie: Savona, la nostra terra, e cioè quel luogo che diede i natali al Papa di Michelangelo, che generò le terrecotte gialle e nere, il secondo futurismo e sopra tutto il magma amniotico della stagione iniziata negli anni '50.
Il nuovo mondo nasce e si comprende qui, nel lembo di terra tra Cosio d'Arroscia (e l’I.S ).  e Albisola,( con Fontana, Jorn, Lam ) nella sua bellezza austera, difficile e sublime, nella concreta e disincantata dimensione dell'accoglienza delle sue genti.
In questa prospettiva una bella storia da scrivere sarebbe quella dei collezionisti savonesi, pubblici e privati.
Chi in questi luoghi negli ultimi cinquant'anni ha avuto a che fare con l'arte, quasi sempre si è implicato con gli artisti, ne ha condiviso "pane e rose" contribuendo, a volte anche solo con un piatto di minestrone, a scrivere la storia dell'arte e non solo: in quale altro luogo la sezione di un Partito  ( il P.C.I.)  coincise con un Circolo degli Artisti, quale altro comune di seimila abitanti ha dato il suo nome ad una sezione del MoMa? Qui le grandi collezioni pubbliche - da quella "spontanea" del Comune di Albissola Marina  a quelle ragionate di Fondazione De Mari e Unione Industriali- registrando gli eventi e i protagonisti nel loro passaggio sul territorio, hanno segnato la traccia di un mondo cambiato in modo epocale, ben oltre i confini della nostra comunità: Arturo Martini, Lam, Fontana, Jorn...
Ma è spesso nelle collezioni private che ciò si evidenzia, e ciò accade nella collezione Alessandro Passarè: quando una collezione ha un'anima, è figlia di una visione lucida che si svela opera per opera, è essa stessa un'opera d'arte.  
Nel caso Passarè  il valore aggiunto è veramente notevole: la qualità delle opere, gli artisti/amici/compagni nell'avventura della vita, la concomitanza di acquisizione di opere d'arte  moderna e africana - più unica che rara, e poco compresa a quei tempi- tutto parla di un'avventura straordinaria ed esemplare.
Sandro non godeva di risorse illimitate, e in qualche modo il suo collezionare fu esemplare nel continuo esercizio della scelta, opera per opera, in un cammino senza tentennamenti insieme di rigore e di stupore . In  ciò credo sia il nesso con il modo di intendere l'arte originato da Albisola, in questo modo Sandro è uno di noi.
Altrettanto singolare è la collezione del "ligure" Giovanni Franco Scanzi.  Collezionista di "insiemi": le fionde Baulè, i martelli musicali, i Batela dei Lobi... non un'opera, ma decine, a volte centinaia sino ad evocare, nella loro presentazione, popoli in cammino: più che esposizioni sono installazioni.
Nell’evento savonese, quasi a prefigurare un progetto di testimonianza  sulle Arti Primarie, presentiamo  inoltre artisti che hanno saputo evocare una visone, un mondo futuro che è già presente tra noi: l’intento non è quello di documentare in modo esaustivo, ma di aprire finestre sull’immaginario, e di anticipare quel grande Museo di Arti Primarie che sogniamo, e che per noi è in realtà il territorio.
Pensiamo infatti che un Museo debba essere il luogo che testimonia la traccia lasciata dalle generazioni , che si impegnano a fare memoria per il futuro.
Non può che essere quindi l’interezza del territorio, “letta” attraverso luoghi dove la testimonianza si definisce in modo dichiarato ed evidente.,
Questa definizione di Museo  si và affermando tra quanti ritengono che le culture  definite primitive siano in realtà complesse, articolate e ricche di valore esattamente come le nostre, e  che il termine primitivo sia quindi riduttivo se non offensivo. Inoltre molti pensano che i musei occidentali troppo spesso risultino luoghi dove appendere i “trofei di caccia” raccolti nei secoli dal vincitore del momento. Oggi non è più possibile pensarla così: il nostro è un mondo sempre più globale e policentrico, dove diverse identità convivono in ogni luogo .
 Al deprecabile fenomeno della omologazione “americanista” si oppone  a volte un’altrettanto deprecabile esasperazione localistica; fenomeni di diversità etnica o religiosa si sovrappongono a irrisolti problemi di “diversità” economica: i linguaggi dell’arte possono essere collante unitario di un mondo pensato come rete e non come piramide, dove identità e appartenenza producono curiosità e rispetto verso le diversità altrui  e non paura e antagonismo.
 E’ un ragionamento rafforzato dal fatto che basta mettere indietro l’orologio della storia di circa tremilacinquecento anni e guardare alle opere d’arte dei popoli, dall’isola di Pasqua alla Corsica, dalla Tanzania alla Liguria , a Stonehenge (e cioè a Menhir, Dolmen etc) per vedere che la sintonia è evidente: in questo senso si parla di Arte primaria, cioè archetipica.
L’elemento innovativo consiste nel tradurre la storia dell’arte moderna    con lo stesso “vocabolario”, pensare che i grandi artisti del secolo scorso per primi abbiano intuito- in un mondo occidentale  sempre più sbiadito- un linguaggio antico, generato da una sorta di DNA culturale, un linguaggio che non vuole descrivere il reale ma “conoscerlo” , che non vuole celebrare l’uomo ma misurarsi con il mistero che lo genera.
Curioso che sia stato un savonese ( il Papa Giulio II ) a dare inizio all’arte come celebrazione dell ”involucro uomo”, e che sempre a Savona (o meglio a Saona, e cioè almeno da Alba Docilia a Vada Sabati)  uomini diversi provenienti dai posti più lontani  (Fontana, Lam, Jorn etc) abbiano creato  nuovi impulsi ancora oggi non compresi.
In questa prospettiva proponiamo quindi la centralità dell’Africa, vera anima del mondo, vocabolario di archetipi: linguaggi dell’arte  così antichi da essere attualissimi, e -anche grazie ai grandi artisti del novecento-, sempre più suggestivi e “conoscibili” anche da noi. Altri, che rafforzano Noi.
 Il fatto poi che la Collezione Passarè, grazie alla lungimiranza generosa del figlio Massimo e della sua Fondazione, sia disponibile a rimanere su questo territorio in diversi luoghi che si stanno definendo con le Amministrazioni pubbliche, rende questa visione più concreta e fattibile.
 
GIULIANO ARNALDI
 
 
 
 
Kate Okodowa
accoglienza Galleria Archetipi