giuliano galletta a casa jorn /3  di simone regazzoni
 
GG: supplemento all’opera

supplementare: e nell’ambiguità fortuita che avrà permesso all’aggettivo di trasmutarsi clandestinamente, e quasi inosservato alla polizia della lingua,  nell’infinito di un inaudito verbo, provare a tirare e riannodare, qui, alcuni disparati fili del textus testamentum che si sarà firmato GG – quasi textamentum, in verità, perché, come puoi ben leggere, “ogni grafema è per essenza testamentario” (Derrida). Piuttosto che tracciare in sintesi, a guisa di ritratto dell’artista in esergo, il profilo di chi, nella trama della scrittura, avrà fallito l’Opera, esordire in supplemento  di scrittura a GG – cosa che (il supplemento, appunto) dovrai già prendere assolutamente alla lettera, trattandosi qui, naturalmente, oltre che di te, del tema che un supposto Autore avrà commissionato al suo presunto Prefattore.

E tu, ormai, avrai già detto: sì.
Ecco quel che resta da fare, ora, nel preciso giro di 3 giorni a partire da oggi, venerdì 13 aprile 2007.        

      Occorrerà, dunque, prepararsi a scrivere, prima o poi, in qualche modo espressamente un testo su GG: con minuziosa gelosia – e infinita attenzione alle pieghe dei dettagli, vorrei dire – girare attorno a quell’impossibile Cosa pericolosa che non avrà conosciuto l’ordine del giorno, ma da Lui distillata pubblicamente avrà avuto la forza di insinuarsi in te, assolutamente, tra l’immagine e la parola – nello scarto –, in soluzione quasi endovenosa, senza disperdersi nell’ambiente della stanza, solo per te, che lui avrà creato. 

Ti ricordi, vero? 

Anche se la situazione, ora, non è più la stessa, ti avrà fatto sedere lì, sola davanti allo specchio, per immortalarne l’effetto e guardarsi senza essere visto con i tuoi occhi, facendoti quasi confessare, in altre parole, la verità: che “in qualche modo ci si potrebbe anche abituare al reale” (Lacan). Come alla morte, forse. Abituarsi a morire, senza curarsene troppo, per godersi in santa pace lo spettacolo del proprio funerale: quello che GG non avrà cessato, furtivamente, di mettere in scena. E vivere di ricordi che non ci appartengono, certo, screen-memory, vecchi album e almanacchi sfogliati, di foto ritagliate e rimontate e accumulate – Cosa importa? –, fare sempre come se fosse adesso, come se la sua opera non contemplasse “il numero del movimento secondo il prima e il poi” (Aristot. Phys. IV 11, 219b), come fosse, per noi, sempre ora, necessariamente, nello stato di cecità all’opera in cui GG mi avrà posto. 
Ma benché io non abbia ancora visto nulla, credimi, proprio nulla, in ogni caso meno di te – e fino alla fine –, ho l’obbligo, ora, di guidarti attraverso le stanze seguendo il filo del supplemento.

Che cos’è, dunque, un supplemento? 

Vorrei tanto dirti, proprio per farti intendere, e per sedurti naturalmente, una sola parola – è più forte di me –, anzi due: istance subalterne... Ma prima di risponderti, prima ancora di abbozzare anche solo il profilo di una definizione, precipitarsi ad aggiungere: supplemento, bada bene, è il nome del suo fare artistico come auto-commissione d’opera che non conclude – che non può concludere, che resta essenzialmente in-conclusa (ma questo lo vedrai solo alla fine). Non dirò opera aperta, ma opera non conclusa, proprio come in latino si dice oratio non conclusa per indicare lo stile disarmonico. Se il Bello rischia sempre, nella purezza della sua armonia formale, di rimuovere il reale, l’opera non conclusa di GG distilla nella sua testura disarmonica il reale della Cosa senza tuttavia farlo irrompere in tutta la sua mostruosità, ma quasi avvolgendolo in un supplemento. 

“In linea di massima l’essenziale è mostruoso” – lo sa bene GG.  Ecco la Cosa in questione. Ma tu: non fidarti di nessuno (Carpenter).

E ciò che si sarà obbligato a fare è la reiterata testimonianza della  mancanza d’origine – della Cosa assente all’opera – nella forma del supplemento. Il suo operare sarà stato, precisamente, un mettere all’opera il supplemento, un singolarissimo supplementare.
Non si tratta qui di dire che il supplemento è un tema o il tema dell’arte di GG: è il suo fare artistico stesso a essere singolarmente supplementare (e anzi iper-supplementare, in quanto strutturalmente supplementare a se stesso): supplemento segnico non alle cose stesse, ma a una realtà ordinata e strutturata di segni – a una realtà come ordine strutturato dei segni, come Impero dei segni e capitalizzazione della loro circolazione nell’economia del senso – di cui, quasi in sogno (se c’è una temporalità della sua opera è quella improduttiva del mentre dormivo) GG percepisce il fondo come abisso caotico, come Cosa impresentabile e assente che evoca e contiene, strappandola sia alla semplice cancellazione che l’ordine impone, sia al suo uso puramente distruttivo – alla sua immediata presentazione. 
La polimorfa scrittura di GG è materialità calligrafica tracciata sulla superficie di una finta pagina – già da sempre, in realtà, il bianco di una sorta di sacchetto che l’economica simbolica vorrebbe affrettarsi a riempire d’oggetti per rimuovere il vuoto della Cosa attorno a cui GG scrive il suo romanzo senza fine: “Armamentario scritturale che circonda un vuoto, ma al tempo stesso lo crea come luogo di una possibile forma di comunicazione” (Sarastro). Come il centro vuoto della città-ideogramma di Tokyo secondo Barthes. E come il centro stesso dell’arte se, come scrive Lacan, “ogni arte si caratterizza per una certa modalità di organizzazione attorno a questo vuoto” (Lacan).  
Il segno supplementare di GG, nelle sue molteplici forme e disseminate, qui o là, spesso quasi invisibili e camuffate come trappole, non rinvia semplicemente al vuoto della Cosa, ma lo mette in opera, lo fa lavorare – lavorando, così, a farsi il suo lutto senza fine. Aggiunge, accumula e supplementa, e testimonia textamentariamente nel suo stesso corpo – incorporandola – la mancanza, il vuoto all’origine. 

Ma ora, in questa stanza, lascia che liberamente ti dica: capisci bene che si è già spinto al di là dei limiti Della grammatologia  in cui vorrebbe semplicemente ch’io lo rinchiudessi come nella stanza dell’analisi – che lo analizzassi, ora, senza fine, in una sorta di tranche de plus filosofica. 

Non ti ho ancora risposto, lo so. E il tempo stringe. 

Ma quel che mi preme, ora, è l’istanza subalterna del suo supplemento (di bene) quale istanza sovversiva del sistema cui si aggiunge e della sua economia (telegraficamente: vedi 20 maggio 2004 IL SISTEMA DEGLI OGGETTI). Aggiunge, accumula, GG. Segno a segno. Immagine a immagine. Nel movimento di rinvio supplementare. Andando sempre a segno. Ripresa dopo ripresa. Fino sfiancare l’avversario. (E tu comincerai così a leggere altrimenti, meno docilmente, a scrivere come non avevi mai fatto prima). Che se dovessi spiegartela in due parole, l’opera-azione, ti direi: Ritratto dell’artista da pugile. 
Entra in quella stanza. Prendi e leggi. Die Phänomenologie des Geistes. E al contempo guarda due figure in lotta tra loro. Come se l’immagine del ring nella notte di Kinshasa del 1975 glossasse all’infinito la lettera del testo – del testo che già metteva in scena un’immagine più potente della lettera: il signore e il servo quali figure dell’autocoscienza pura e della coscienza la quale non è pura per se stessa, ma per un altro. “La metafora del signore e del servo, tuttavia, è così efficace dal punto di vista dell’immagine…”, chiosa Ludwig nella sua Guida e commento alla Fenomenologia dello spirito. Ma osserva bene. L’immagine penetra tra le righe e nei margini, riducendo infine lo Spirito (Geist) a uno spettro che aleggia sullo schermo. Hegel in Africa – lui che dichiarò che l’Africa non ha Storia! La lotta tra servo e padrone, tra il padrone e il supplemento subalterno del servo delocalizzata nello Zaire. Muhammad Ali contro George Foreman.  Muhammad Ali al quale il filosofo Bertrand Russell scrisse: “Nei mesi a venire non c’è dubbio che gli uomini che governano Washington cercheranno di danneggiarti con ogni mezzo disponibile, ma sono sicuro che tu hai parlato per il tuo popolo e per gli oppressi di tutto il mondo sfidando coraggiosamente il potere americano. Cercheranno di spezzarti perché sei il simbolo di una forza che sono incapaci di distruggere, e cioè la coscienza risvegliata di un intero popolo determinato a non farsi più massacrare e svilire dalla paura e dall’oppressione” (Russell).

Tornare indietro, ora. Senza indugi. 

E il suo romanzo sarà stato un supplemento di Odissea – un incessante ritornare là.  “La casa pericolosa è quella in cui sono tornato”. And then coming back was the worst thing you ever did. Forse. Non avrà cessato di scongiurarlo, questo pericolo, this thing, senza poterlo così evitare. Perché sarà sempre stato lì, sotto i tuoi occhi. Nascosto da quanto ti è più familiare. Come qui, ora. Das Unheimliche.  “…quella sorta di spaventoso che zurückgeht a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” (Freud). 

La riposta che ti devo, infine. 

        Supplemento all’opera che fingendo di venire a concludere l’opera donandole ciò che non ha sancisca, definitivamente, la sua struttura supplementare:








PAGE  


PAGE  II



e affinché tu possa leggere, ciò che si scrive deve poter restare leggibile tous jours anche in sua assenza, in assenza dell’Autore (MAG. 1978), anche in presenza della sua morte, nell’assoluto silenzio della sua voce: è la legge di ogni testo. Ogni textus è, a priori, testamentum, o meglio, textamentum poiché si scrive precisamente a partire dalla morte possibile dell’Autore e dunque fin da subito  sopravvive già in sua assenza. E tutto accade, allora, come se il testo avesse già da sempre ucciso, o meglio, costituito come morto il suo proprio Autore. Promette un supplemento di vita, la scrittura, ed è al contempo una condanna a morte. Perché è un resto in grado di sopravvivere strutturalmente alla mia e alla tua, alla sua morte, a tutte le nostre morti che ci vengono incontro al cuore della vita stessa: ci sopravvive la scrittura, e ci minaccia dunque fin da subito di morte. Mi segui? Se guardi bene, ci vedi proprio affiorare nella purezza del rosso il San Gerolamo di Caravaggio: tra la vita e la morte, nello scarto, c’è il supplemento della scrittura che ci dissangua. Ecco la scena della scrittura all’opera come lavoro del lutto che l’Autore ti avrà mostrato, almeno una volta dal vivo, tanto tempo fa, e che ora è lì, immortalata in una foto-grafia: lo avrai visto, così, nel 1979, a Belgrado, entrare nella stanza e comporre sul tessuto rosso della sua opera funebre la scritta Cosa importa chi parla – che potresti già scambiare per un titolo esemplare, l’invisibile titolo citazionale di ogni opera. Perché un’opera possa parlarti, anche adesso, perché alla morte dell’Autore essa non debba tacersi per sempre, occorre che fin da subito non importi più chi parla. “L’opera il cui dovere era di conferire l’immortalità ha ormai acquisito il diritto di uccidere, di essere l’assassina del suo autore […] a lui spetta il ruolo del morto nel gioco della scrittura. […] ‘Cosa importa chi parla?’” (Foucault). 




“Perché il concetto di supplemento – che determina qui quello di immagine rappresentativa – alberga in sé due significati la cui coabitazione è strana quanto necessaria. Il supplemento si aggiunge, è un sovrappiù, una pienezza che arricchisce un’altra pienezza, il colmo della presenza. Cumula e accumula la presenza.  E’ così che l’arte, la techne, l’immagine, la rappresentazione, la convenzione, ecc., vengono a supplemento della natura e sono ricche di tutta questa funzione di cumulo. […] Ma il supplemento supplisce. Non si aggiunge che per sostituire. Interviene e si insinua al posto di; se riempie, è come si riempie un vuoto. Se rappresenta e fa immagine, è per la mancanza anteriore di una presenza. Supplente e vicario, il supplemento è un’aggiunta, un’istanza subalterna [istance subalterne] che tiene-logo.  In quanto sostituto, non si aggiunge semplicemente alla positività di una presenza, non produce alcun rilievo, il suo posto è assegnato nella struttura della marca di un vuoto. Da qualche parte, qualcosa non si può riempire da sé, non si può compiere se non lasciandosi colmare per segno e procura. Il segno è sempre il supplemento della cosa stessa” (Derrida).

“Il termine ‘subalterno’ è tratto dal testo di Gramsci Ai margini della storia (Storia dei gruppi sociali subalterni), che compare nel venticinquesimo dei Quaderni dal carcere […]. Nelle sue descrizioni delle classi, Gramsci usa ‘subalterno’ come sinonimo di ‘subordinato’ e ‘strumentale’; la sua tendenza a servirsi di espressioni come ‘rango inferiore’ e, in ambito logico, a privilegiare una proposizione particolare piuttosto che una universale indica che quel termine è particolarmente adatto a descrivere la diversità dei gruppi dominati e sfruttati, i quali appunto non possiedono una ‘coscienza di classe’ generalizzata. Perciò nella traduzione inglese del testo di Derrida Della grammatologia realizzata da Spivak il termine viene utilizzato nell’analisi del ‘supplemento’, per indicare il potenziale sovversivo insito nella rivendicazione del marginale” (R.J.C. Young)

“Tu, contiene chissà quale difesa – e direi che quando viene pronunciato, è tutto in questo Tu, e non è da cercare altrove quello che vi ho presentato oggi come Das Ding” (Lacan).

supplemento scritturale in generale, in verità, perché nessun oggetto, anche quando c’è, si presenta all’opera come oggetto d’uso, ma già svuotato, piegato a supplemento che incorpora il vuoto all’origine, e lo organizza. E anche quando credi di saperlo leggere, di poter sapere cogliere ciò che ti dice, e al limite di poterlo interpretare, ricordati del satori a Natale, questo dono ideogrammatico di un segno singolare che avrà creato, illeggibile, solo per te, per donarti il suo vuoto di parola……………………………………………………………………..“La scrittura è, in definitiva, a suo modo, un satori: il satori (l’accadere zen) è un sisma più o meno forte (per nulla solenne) che fa vacillare la conoscenza, il soggetto: provoca un vuoto di parola. Ed è anche un vuoto di parola che costituisce la scrittura…” (Barthes).


non so forse ancora bene cosa significhi ciò, in fondo, tutto l’armamentario dei suoi segni, so comunque che ci penserai tu, ma quello che ora mi verrebbe da dire, qui, in questa stanza, liberamente, è che vorrei parlarne in termini di bene, è più forte di me, parlare del bene dell’opera di GG, come se, a partire da quel suo vuoto, mettesse in circolo un bene supplementare nel senso economico del termine – “succedaneo di altro bene, di cui possiede la stessa attitudine a soddisfare un certo bisogno” – ma da intendere altrimenti, come se il supplemento di bene di GG, ecco, ora non venisse semplicemente a soddisfare un bisogno o ad amplificarlo, ma a trasformarlo

Zurückgehen: ritornare, retrocedere, indietreggiare, risalire, regredire, riandare, andare cessando, andare a monte, 
fallire, 
andare a male. 


“E’ come se l’autore si fosse autocommissio-nato un’opera che non riesce a concludere” (Sarastro)
50 anni di is /3
mercoledì 18 aprile 2007