Finalmente ho capito cosa evocano in me le foto incise di Filippo Biagioli: l'ho capito lavorando alla preparazione di una missione che faremo a gennaio in Egitto e riferita alle incisioni rupestri dell'oasi di Dahklah.
Il motivo profondo che muove Filippo è lo stesso che ispirava l'azione di altri uomini cinquantamila anni fa. E' il bisogno della traccia.
Chi fece le incisioni rupestri si muoveva in un mondo fitto di mistero , difficile da comprendere e governare. Era però il “suo” mondo, e l'interazione, prima che una esigenza astrattamente intellettuale, era un bisogno fisico, si potrebbe dire anche psicoteraputico.
Le ansie sulla concretezza della vita quotidiana inesorabilmente si misuravano con il metro delle prospettive di medio e lungo termine in uno scenario dove il grande Mistero – la vita, la morte, la gioia, il dolore..- irrompeva in un attimo nella scansione del tempo quotidiano.
Fino a poco tempo fa abbiamo pensato a quegli uomini come a selvaggi privi di cultura, privi cioè di “quel bagaglio di conoscenze ritenute fondamentali e che vengono trasmesse di generazione in generazione”(wikipedia)
Oggi cominciamo a pensare che il loro linguaggio metaforico, ben precedente al linguaggio fonetico posto come punto d'inizio della civiltà, fosse in realtà altrettanto adeguato, complesso e articolato da essere considerato espressione di cultura . Era diverso il contesto ( non necessariamente più semplice!) ma identica la motivazione : “comprendere perché vogliamo comprendere” ( E.AnatI).
Siamo ripiombati in una incertezza esistenziale diversa da quella dei tempi remonti, ma altrettanto ansiogena; come sempre però un grande problema porta in sé una grande opportunità.
Penso che questa incertezza ci obblighi ad ampliare i nostri orizzonti storico-culturali, e insieme a “circoscriverli” all'ambito della nostra esperienza di individui obbligati a misurarsi con il mondo consapevoli che la mediazione di sovrastrutture fino a ieri onnipotenti ( tecnologiche, geopolitiche, sociosanitare) scricchiola sempre più.
Ecco cosa fa Biagioli: esce dalla sua “caverna” con speranza e timore, obbligato dalla curiosità e dalla responsabilità di vivere, e si misura con il mondo.
Fà esperienza, e lascia una traccia. La sua strada non è disseminata di pietre, non sono queste a definire i contorni nel suo mondo, a dargli significato, a evocare implicazioni con il suo universo valoriale e affettivo: sono le fotografie, i materiali di recupero ( legno, tessuti), e su questi incide, lascia un segno. Come gli uomini di cinquantamila anni fa non è privo di “quel bagaglio di conoscenze ritenute fondamentali e che vengono trasmesse di generazione in generazione”: ha visto Basquiat e Keith Haring, ma deve e vuole andare oltre le pareti dipinte della sua “caverna” o del suo villaggio, perchè i luoghi che conosce sono diventati piccoli, insicuri e pressati da mondi e persone che bisogna conoscere per non esserne sopraffatti.
Definirsi analfabeta come fà Biagioli è in realtà il modo più attuale per praticare l'antico principio di “sapere di non sapere”, e per dichiarare la consapevolezza che abbiamo bisogno di nuovi orizzonti e nuovi linguaggi per sopravvivere ai cambiamenti epocali a cui assistiamo, oltre l'ansia drammatica della testimonianza di ciò che siamo diventati così ben rappresentata dagli utimi artisti dell'altro millennio.
Ma la traccia che Biagioli lascia è poetica, e ciò rende nostra la sua storia a dimostrazione che “ noi siamo della materia di cui sono fatti i sogni.” Una sfida ad essere insieme Prospero, Ariel e Caliban e a tenere gli occhi bene aperti anche nella parentesi che è “ la nostra piccola vita, circondata da un sonno”.
Giuliano Arnaldi