E nemmeno un rimpianto
E nemmeno un rimpianto
Fu una vita senza regole, quella di Chet Baker: il genio bellissimo e maledetto del jazz, l’uomo capace tanto di distruggere il proprio corpo con la schiavitù dall’eroina, quanto di far salire fino al cielo le note della sua tromba. E fu una vita tragica quella di Chet, conclusa il 13 maggio del 1988 con un volo da una finestra del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam. Quasi vent’anni dopo, una mattina del 2006, il protagonista di questo romanzo riceve una telefonata che riapre il mistero su uno dei miti più controversi del Novecento: Chet non è morto, ma vive, come un eremita, nel cuore del Salento. E qualcuno giura di aver sentito la sua tromba suonare ancora.
Sulle note di My Funny Valentine, il brano che più di tutti ossessionò Baker, comincia un viaggio che spinge il protagonista a cercare di scoprire se quell’uomo, con il viso segnato da un reticolo di rughe profonde ma la forza e lo spirito di un ragazzo, è davvero Chet. Ad affiancarlo in questa ricerca, le donne che in gioventù conobbero il lato più imprevedibile e ribelle di quel “James Dean del jazz” e che oggi vegliano sul suo segreto. E sarà proprio grazie a Nathalie, americana trapiantata a Parigi, che potrà svelarsi il mistero di un artista straordinario che rappresentò il dolore di un’epoca e che negli ultimi anni della sua vita “ufficiale” si avvicinò agli insegnamenti di un misterioso mistico e filosofo armeno, Georges Ivanovicˇ Gurdjieff, che sconvolse la vita di tutti coloro che lo conobbero. L’incontro con Gurdjeff segnò per il musicista e l’uomo Chet Baker l’inizio di un percorso di “resurrezione” dagli esiti sconcertanti e radicali.
Profondo e intensissimo, sospeso sul magico confine tra realtà e immaginazione romanzesca, E nemmeno un rimpianto è un il tuffo nella storia di un mito del jazz – i suoi successi, l’antagonismo di sempre con Miles Davis, la sua fragilità umana –, ma è anche l’appassionato diario di un’anima alla scoperta di quel miracolo che fa nascere, una fra milioni, una canzone immortale. Con una scrittura intima, sussurrata e al tempo stesso vibrante e suggestiva, Roberto Cotroneo riesce a dare voce al non detto, a quel mistero che è racchiuso negli interstizi dell’esistenza e dell’arte come il silenzio che separa, rendendole vive, le note musicali.
«Possibile che Chet Baker fosse ancora vivo? E che la sua morte fosse una messa in scena? Proprio vivo, e in Italia, e capace di passeggiare, di tanto in tanto, per un reticolo di paesi del Sud senza essere riconosciuto? Un vecchio, con una ragnatela di rughe sul viso che sembravano un insieme di tracce, di strade da percorrere?»
Come inizia
Fu a dicembre del 2006 che scoprii da una telefonata di un’amica che Chet Baker era ancora vivo ed era in Italia. Qualcuno, di nascosto, lo aveva sentito suonare. Aprii il cassetto della mia scrivania. Il foglio della partitura di My Funny Valentine era ancora ripiegato in quattro. Lo guardai: non avevo certo bisogno del pianoforte per capire come suonasse.
Soltanto un anno dopo decisi che sarei partito a cercare Chet: non avevo fatto altro, per quell’anno, che risentire tutte le sue versioni di Valentine.
Posso dire di aver ascoltato 376 versioni diverse di Valentine. Oltre a quelle di Chet. Anche se nessuno è in grado di stabilire con esattezza quante sono quelle incise da lui. Alcuni, mettendo in conto anche le incisioni pirata e i bootleg, arrivano a sostenere che tra il 1952 e il 1988, l’anno della sua morte ufficiale, ne abbia incise 29. Qui posso ancora aggiungere che tra il 1998 e il 2008, gli anni segreti di Chet, ce ne sono almeno altre 6 versioni. Quattro le ho ritrovate, una è andata distrutta, l’ultima è quella che manca a tutti: ed è quella che cercava proprio lui, quella che aveva perso.
Devo dire che ciò che andrò a raccontare, per quanto possa, a una prima impressione, sembrare vertiginoso, nonché inverosimile, è una realtà che nessuno può smentire. Ma credo sia meglio che io racconti questa storia dall’inizio. Partendo proprio dalla casa di via Salaria.
Ho abitato a Roma, al civico 300 di via Salaria, per quindici anni. Era un appartamento al quarto piano in un palazzo anni Trenta, al termine di una strada privata: un appartamento abbastanza grande, organizzato attorno a un lungo corridoio. Tutte le stanze erano in fila. Anche le finestre erano in fila. Una casa piena di libri.
L’ultimo mobile a lasciare quella casa è stato il pianoforte. Uno Yamaha a mezza coda che fu spostato molte volte per il soggiorno, e che aveva rigato il legno del parquet. Ho sempre pensato che ci fosse uno stretto rapporto tra la storia di Chet e l’ultima volta che sono entrato nella casa di via Salaria, a trasloco fatto. Quando ormai era attraversata dal silenzio. E fu quel giorno che ritrovai un foglio di musica che avevo scritto io stesso, con le note di My Funny Valentine.
La porta sembrava meno solida, ora che la casa era completamente vuota. L’avevo dipinta qualche anno prima, alla meglio, con uno smalto ad acqua, che era più facile dare con il pennello. Smalto bianco. Pareti bianche, pavimenti a mattonelle con disegni di cornici color ocra, o blu. Finestre all’inglese, tante. Un palazzo di fronte. Una stradina privata, sotto, con poche macchine, un albero di mimosa, che arrivava quasi al secondo piano. Ma soprattutto gli spazi vuoti, che neppure la luce riusciva a riempire di qualcosa...