La responsabilità delle banche centrali
La responsabilità delle banche centrali
Subprime, le banche centrali all'orgine della crisi
di Paolo Pamini *)
Ci risiamo un’altra volta. Ripartono le critiche contro il capitalismo selvaggio che ci avrebbe condotto alla crisi delle subprime americane. Ma chiediamoci: perché mai una grossa banca, per sua natura orientata alla fiducia a lungo termine dei propri clienti, avrebbe interesse a fiondarsi in un buco finanziaro e rischiare il fallimento? E per di più: come è possibile che praticamente tutte le banche ci siano cascate? Da sempre i mercati finanziari godono di una posizione privilegiata nella teoria economica. La ragione è molto semplice: nessun altro è più prossimo all’ideale del libero mercato. Altrove le reazioni di prezzo non sono dell’ordine di secondi, le informazioni non circolano così velocemente, ed i mercati non sono mondialmente così ben integrati. Chi dimostrasse che la finanza non funziona minerebbe la colonna portante del sistema capitalistico. Subprime come fallimento del mercato? Puntando tutti il dito contro le banche di investimento, nessuno si chiede con quali soldi sia stato possibile fare questi errori. Pochi notano che tra il 2000 e la fine del 2007 la Federal Reserve, la banca centrale statunitense, ha quasi raddoppiato la massa monetaria, che da un anno abbondante si rifiuta di comunicare! D’altra parte, è strano incolpare il libero mercato quando il denaro e l’emissione creditizia sono un monopolio statale. I tassi di interesse, o meglio il loro livello generale, sono in larga misura dei prezzi politici fissati dall’autorità monetaria. Che tenendoli negli ultimi anni artificialmente bassi ha indirettamente reso attrattiva anche l’elargizione di crediti ipotecari a persone praticamente insolvibili. Ecco la chiave di volta: l’espansione creditizia di un’autorità statale (la banca centrale americana) ha messo a disposizione la liquidità necessaria per far questo pasticcio. Altro che fallimento del mercato. D’altra parte, la natura inflazionistica del problema salta subito all’occhio se si misura il prezzo del greggio in once d’oro: essenzialmente costante negli ultimi 8 anni malgrado il boom cinese!
Purtroppo nulla di nuovo (cfr. la “Austrian Business Cycle Theory” ed in particolare gli scritti del Nobel liberale Friedrich August von Hayek). Già nel 2002, l’Equity Research Europe della Schroder Salomon Smith Barney aveva pubblicato un interessantissimo studio sulle bolle finanziarie, che migrano da un settore economico all’altro. Il mercato immobiliare (soprattutto giapponese) venne gonfiato dalla liquidità iniettata dopo il crash borsistico del 1987. Nei primi anni ’90 questa scoppiò in seguito al rialzo dei tassi in risposta a tendenze inflazionistiche. Si entrò in recessione, i tassi vennero tagliati e la liquidità alimentò la bolla (1992-93) sulle obbligazioni di stato, scoppiata nel 1994 (crisi messicana) quando i tassi vennero alzati in risposta al boom economico. L’economia rallentò in mezzo agli anni ’90, i tassi furono tagliati e partì così la bolla dei mercati emergenti, che scoppierà nel 1997-98 (crisi asiatica + LTCM) quando i tassi verranno rialzati. Dopo questa crisi altro abbassamento di tassi più iniezione monetaria per la paura del fenomeno dell’anno 2000, ed emergenza della bolla tecnologica scoppiata nel 2001. Il fenomeno ora si è ripetuto. Come nel passato, sempre sotto nuova veste, ma uguale nella sua essenza. I bassi tassi degli ultimi anni hanno artificialmente reso interessanti crediti ipotecari da far accapponare la pelle. È difficile capire alla luce di tutto questo dove stia il fallimento del mercato. Purtroppo anche il ’29 fu la conseguenza di un’enorme espansione monetaria negli anni ’20. Poi, con le stesse scuse che sentiamo oggi, la vecchia America della libera impresa morì sotto il socialismo di Roosevelt (New Deal)."
*) Paolo Pamini è economista all’Università di Zurigo e ricercatore associato del Liberales Institut di Zurigo.
La colpa non è del libero mercato
giovedì, 6 marzo 2008