Il destino dell’artista ( Italy I love you)
 
La prigione spalanca le sue porte oscure. E per la prima volta, un flusso ininterrotto di persone entusiaste si riversa volontariamente in quei corridoi bui e stretti, attraverso cunicoli e sbarre, fino a raggiungere le celle anguste e senza finestre che un tempo ospitavano i detenuti, ora un fermento creativo. Il senso di claustrofobia rimane, le anime dei detenuti impregnano le pareti sordide, è inevitabile pensare a cosa ci sia stato lì in passato,  ma la situazione viene stemperata dal lavoro degli artisti, in grado di reinventare le stanze e i loro vissuti  in modo originale. Ed anche un carcere si trasforma in spazio espositivo, distorce il suo essere e, attratto dall’arte, finisce per rimanerne sopraffatto e contaminato. Si possono sgranocchiare arachidi e sentire la musica durante il percorso. Passeggiare e incontrare persone mai viste prima. Come si dovrebbe fare in un museo, se ce ne fossero abbastanza per accogliere gli artisti che si arrabattano per esprimersi ed emergere. Gli stessi che  per esporre gratuitamente e mostrare la propria arte sono disposti, armati di scopa, a sgomberare dal ciarpame una cella abbandonata come l’aveva lasciata l’ultimo detenuto anni prima. Sporca e sudicia. Si paga per essere artisti. Soprattutto in Italia. E non si vive. Le certezze non esistono. E finisci in un carcere a parlare al muro in attesa che qualcuno ti apra la porta della cella. 
Vorrei che mi dicessero che sono un artista. Almeno saprei cosa fare e riordinerei la mia vita una volta per tutte. Conca e mocio  comincerei a pulire a terra. Ma prima di farmi ingabbiare fuggirei lontano usando un trucco di prestigio e lasciando tutti di stucco.
mercoledì 14 novembre 2007