L’angolo di Effe Effe
Commento alla C femminile
Era una notte buia e tempestosa 3 (la vendemmia)
Stavolta non mi scappi, brutta figlia di…
La mia vecchia Ka ululava, lanciata a tutta velocità sulle strade di Sassari, e mi aspettavo da un momento all’altro di vedere i pistoni schizzare fuori dal cofano, ma non me ne poteva fregare di meno. Ormai vivevo con la radio della polizia come colonna sonora in attesa della notizia giusta, e finalmente era arrivata. Ceramica Erre, il maledetto serial killer che inseguivo da mesi per tutta la Sardegna, aveva completato la sua opera. Serie C femminile era morta. In una maniera orribile. 23 coltellate al petto, nell’arco di 24 settimane, lentamente ma inesorabilmente, con un cinismo agghiacciante. A pensarci mi si accapponava la pelle. In più era diventata una questione personale. Erano tre anni che Serie C ed io ci frequentavamo, e fra noi c’era qualcosa. Così, appena sentito che Ceramica Erre era stata segnalata al PalaTogliatti, proprio il luogo dove erano state inferti oltre la metà dei colpi, mi ero scaraventato in macchina, ed ora il mio unico pensiero era quello di arrivare prima della polizia. No, niente codici e regole, questa cosa la volevo risolvere a modo mio.
Arrivai di fronte alla palestra in testacoda, e mi lanciai fuori dalla macchina senza seppure spegnere il motore. Assestai un calcio alla porta, ma mi rimase il piede incastrato nel vetro rotto. Cambiai strategia e provai a sfondarla con una spallata, ma rimediai solamente una lussazione. Allora tentai con il vecchio trucco della maniglia, e funzionò. Era aperta.
Mi bastarono pochi secondi per abituarmi alla penombra, e mi guardai in giro circospetto estraendo la mia fedele 44 Magnum. Era arrivato il momento di fare sul serio.
“Metti pure via il cannone, Farlove” disse una voce suadente raggiungendomi alle spalle “non corri alcun pericolo con me”.
Mi voltai di scatto. Lei era lì, che scendeva dagli scalini della tribuna. D’improvviso tutti i miei propositi di vendetta si spensero come un fiammifero investito da un secchio d’acqua, e rimasi incantato a guardarla. Espressione Beata, viso Libero dal trucco, capelli rossi, occhi verdi come pastiglie Valda, orecchie sbottonate, pelle fra Beyoncè e una palleggiatrice cubana, un ginocchio claudicante, mano destra ciondolante tipo budino e tre mani sinistre. Uno schianto. Indossava scarpe da pallavolo, ginocchiere, pantaloncini neri e canottiera nera con la scritta “B2” bianca, che lasciavano intravedere una collezione di curve da far invidia a un gran premio di Moto GP. Il pomo d’Adamo mi andava su è giù come una pallina magica, ma non abbassai la pistola. “E così” riuscii a soffiare fuori dalla bocca, secca come un angolo di Sahara “finalmente ci incontriamo. Ma temo che per te non sarà affatto un piacere”. Sorrise, mentre la mia lucidità residua si frantumava in mille pezzi come uno specchio. “Non mi chiedi perché l’ho fatto?” “Non ha importanza. Tempo due minuti e sarai di fronte al creatore. Lo devo a qualcuno che non c’è più per colpa tua”. “L’ho fatto per te” aggiunge senza staccarmi gli occhi di dosso “perché lei si era messa tra noi da troppo tempo ormai. Tre anni sono un’eternità, e per me è venuto il momento di andare via. Con te”. Mi tolse dolcemente la pistola e mi prese per mano, portandomi fuori dalla palestra come un cagnolino. Non capivo più niente, solo che forse, per la prima volta da tempo, davanti a me c’era di nuovo un futuro. Forse era vero, forse tre anni con serie C erano bastati, era il momento di andare avanti. Uscimmo all’aperto e notai che era un pomeriggio caldo ed assolato. Bene, perché a questo punto della stagione le notti buie e tempestose mi avevano proprio rotto le…
Effe Effe