Si fa presto a dire che l'Information Technology è un agente del cambiamento e dell'innovazione. Oggi potrebbe apparire quasi scontato, ma venti anni fa le premesse erano tutte da costruire: capirle, capire il nostro passato, è la chiave per aprire la porta del futuro.
L'IT ha creato nel nostro Paese circa 450 mila posti di lavoro, tra sviluppatori e professionisti di sistema. Di questi, però, almeno un terzo sono direttamente riconducibili ad un unico produttore di tecnologie: Microsoft. La ricchezza generata dall'indotto della casa di Redmond nel 2005 è stimata dalla stessa Microsoft Italia in 7 miliardi di euro, mentre la somma dei fatturati nei venti anni di presenza dell'azienda di Bill Gates nel nostro Paese supera i 5 miliardi di euro, attualizzandone il valore.
Umberto Paolucci è il manager che nel 1985 scelse di abbandonare una carriera di dirigente prima con Hewlett Packard e poi con General Automation per assumersi il rischio di fondare la filiale italiana di Microsoft: è il dipendente "numero zero", visto che è stato lui ha creare la società in uno studio notarile di Milano, prendere il ruolo di amministratore delegato e direttore generale e assumere i primi quattro impiegati. Oggi, a sessantuno anni, è vicepresidente di Microsoft Corporation e senior chairman per l'Europa, Medio Oriente ed Africa.
«L'impatto che le tecnologie informatiche hanno avuto nel nostro Paese e nel resto del mondo - dice Paolucci - è tutt'altro che esaurito. Microsoft e gli altri produttori di tecnologie stanno svolgendo un ruolo storico, come fattore di innovazione, come strumento per la produzione di ricchezza e di benessere.
Da un punto di vista qualitativo, il passo fatto è stato enorme: sono nate figure inedite, gli "information workers", è aumentata la produttività degli impianti aziendali e dei processi delle imprese, l'efficienza degli scambi tra le aziende, l'efficienza e l'efficacia della gestione della pubblica amministrazione, della sanità, della pubblica istruzione, il benessere complessivo dei consumatori. E' quasi retorico dire che l'Information technology ha rivoluzionato il mondo in cui viviamo, eppure è così.
Le nuove tecnologie
Soprattutto, questo cambiamento rivoluzionario non è finito. Venti anni fa in Italia c'erano 100 mila personal computer, oggi sono circa 13 milioni, e gli strumenti come la videoscrittura, i database e i fogli di calcolo erano patrimonio di pochissimi, mentre oggi vengono insegnati nelle scuole e sono uno strumento utilizzato dalle famiglie. In più, la presenza dei personal computer e dell'IT ha consentito la fioritura di Internet, l'arrivo del web e delle email. I cambiamenti hanno toccato tutti, dalle grandi aziende alle piccole e medie imprese sino ai consumatori. Adesso il futuro, a mio avviso, è colmare il digital divide, la frattura che separa coloro i quali non sono in possesso delle conoscenze e degli strumenti per utilizzare le nuove tecnologie. Inoltre, il ruolo di Microsoft è cambiato: prima era portare il Pc su tutte le scrivanie, adesso è diventato quello di fornire gli strumenti che consentano alle persone di concentrarsi su quello che vogliono fare, su quel che conta di più: strategia, obiettivi, delegando il resto all'informatica, anche ovunque siano ad esempio con il nuovo Origami (Umpc).
E' una forma di "empowerment" molto importante.
L'umanesimo tecnologico
Questo, infatti, per noi è il momento di una profonda trasformazione non solo della struttura di Microsoft, che è stata recentemente riorganizzata intorno a tre macro-divisioni per raggiungere una maggiore efficienza ed efficacia sul mercato, ma dell'idea stessa dell'informatica. E' l'idea di un umanesimo tecnologico con il quale l'individuo deve essere il centro, facilitato in tutte le sue attività. La stessa cosa accade anche con il nostro modello di business, che utilizza il software, cioè il nostro prodotto principale, come strumento abilitante e poi si basa sugli altri, sulle terze parti e su coloro che sono in grado di portare un valore aggiunto ai nostri prodotti, per raggiungere il nostro mercato. Questo vuol dire avere un profondo radicamento sul territorio, creare valore e posti di lavoro. Le aziende nostre partner sono 25 mila, i nostri dipendenti hanno un turnover estremamente limitato, il 3,16% rispetto anche al dato internazionale di Microsoft, che è più basso della media del settore ma si attesta al 9%. La nostra attività è concentrata anche sul versante delle certificazioni per le competenze, per creare delle professionalità che siano universalmente riconosciute: un passaporto eccezionale per muoversi nel mercato del lavoro.
Il cambiamento
E' cambiata la nostra piattaforma, sono nate nuove strategie, come Windows ed Office Live, è aumentata l'integrazione con Internet, abbiamo imparato molto dall'evoluzione del mercato e anche dalle nostre esperienze come azienda, ad esempio le cause dell'antitrust: sono le esperienze che stanno rendendo Microsoft sempre più aperta e che ci aiutano a mettere quotidianamente in crisi i nostri obiettivi e il nostro modo di procedere. Per poter crescere bisogna mettersi in crisi. E il nostro ruolo per il futuro, sia in Europa, dove è necessaria una trasformazione ulteriore dei modelli produttivi, che nel mondo diventa così più chiaro. Abbiamo capito che le tecnologie informatiche hanno appena sfiorato la superficie, il percorso è ancora molto lungo, ma è chiaro che nel 2020 saremo tutti molto diversi, con una naturalezza nell'uso dell'IT che adesso non c'è ancora. Il software sarà un'estensione del nostro essere come individui, e manterrà la centralità come prodotto e come asset strategico per lo sviluppo della nostra azienda.
L'Open Source e la politica
Le scelte delle amministrazioni pubbliche in questo senso sono fondamentali. E non si tratta di difendere Microsoft dall'open source, quanto di capire che voler congelare con una legge un approccio piuttosto che un altro al software, che è uno strumento e non un fine, è sbagliato. Ci vuole flessibilità, sempre, altrimenti non si massimizzano le sue possibilità.
Il mio valore come manager oggi è quello di brillare attraverso gli altri, le persone che nel tempo sono cresciute nell'azienda e che adesso la guidano nel nostro Paese. C'è ancora tanto da fare in Microsoft: il mio lavoro è in gran parte fuori dall'Italia. Però bisogna essere altruisti: costruire per le nuove generazioni, entusiasmare i giovani e aiutarli a tirare fuori quel che hanno dentro, lasciando loro tutto lo spazio di cui hanno diritto. In tutti i campi. Perché i giovani hanno una marcia in più, anche se quelli della mia generazione tendono a dimenticarlo. Il nostro ruolo storico adesso è diverso, è quello di mentori, non più solo di protagonisti operativi. Dimenticarlo è uno dei peccati capitali più gravi del nostro tempo».
Prima di fondare la sede italiana di Microsoft nel 1985, il ravennate Umberto Paolucci ha sempre operato nel mondo dell'Information Technology: all'inizio con Hewlett Packard e poi con General Automation, dove ha ricoperto la carica di Direttore Generale. Nel 1998 è diventato vicepresidente di Microsoft Corporation e dal 2003 è anche senior chairman per l'Europa, Medio Oriente e Africa. Il 2 giugno del 2002 Carlo Azelio Ciampi lo ha nomiato Cavaliere del lavoro.