Questa non è la storia dei Cable-car, i piccoli vagoni che si inerpicano su per le colline trainati da un cavo sotterraneo, rumorosi e suggestivi.
No, non è la loro storia, anche se sono uno dei simboli della città, insieme al Golden Gate, il rosso ponte che attraversa la baia. Questa, invece, è un’altra storia, che inizia una domenica mattina presto all’Embarcadero di San Francisco quando, avvolto in una nebbia spugnosa fatta di nuvole basse e stanche dopo aver attraversato il Pacifico, ci viene incontro un tram.
Esce dalla coltre fumosa e imbocca il suo percorso obbligato attraverso Market street. E’ una singola carrozza, un po’ squadrata, con un faro centrale sul davanti, proprio sotto la cabina del conduttore, il tetto con il breve spiovente, le pareti arancioni di metallo imbullonate a vista, come si faceva prima della guerra. Per un attimo il tratto di Market street che attraversa i grattacieli di Downtown si trasforma in Milano, all'incrocio tra via Torino e via Orefici. Ma qui la nebbia non sfuma nel giallo ocra, e quando si apre la porta anteriore del tram appare un corpulento conduttore nero, con tanto di berretto, che saluta con un sorriso. Eppure, la vettura è la 1815 della linea F, con il gonfalone milanese in bella vista sulla fiancata e le scritte italianissime “Salita” e “Discesa”. Solo il pantografo è diverso: un piccolo bulbo al posto dell’ampio pattino che si struscia alla linea aerea. Per il resto, sembra uguale ai tram di Milano. Un dollaro in quattro monete da 25 e il viaggio comincia.
Questa, però, non è neanche la storia del viaggio attraverso Market street, la lunga strada che taglia in diagonale San Francisco, dal molo dei traghetti – l’Embarcadero – su su fino a Castro street, la culla alternativa della città, e oltre. Attraversando Downtown e poi la parte dei negozi, poi quella dei barboni e dei senza tetto, a centinaia, che stazionano davanti ai cinema porno, a qualche palazzo abbandonato e alle rivendite di orologi e tecnologie d’accatto.
Una strada sulla quale il tram segue la sua rotta già decisa e dove ogni fermata viene annunciata a noi pochi passeggeri mattinieri con qualche motto di spirito dell’autista.
Una dolce salita fino al sottopasso dell'autostrada che il tram percorre silenzioso e costante. Non strappa nervoso, come quelli di Milano, spingendo avanti e indietro i passeggeri con la sua progressione elettrica violenta, scandita da scatti e da clangori mentre il conducente tira rumorosamente a destra e a sinistra le sue due leve di guida. No, qui si muove vellutato, quasi pigro, forse più lento.
Ma la frenata, quella sì che è come un marchio di fabbrica: arriva improvvisa, uno strattone che cerca di bloccare le ruote e il peso di questo mammouth arancione. Però, come mai accelera in modo tanto diverso? Forse è solo una copia di un tram milanese? “No – risponde Rick – è originale; però abbiamo restaurato il motore e adattato il carrello allo scartamento dei nostri binari”.
Eccoci a Duboce street, all'appuntamento con Rick Laubscher, anche se un po’ in ritardo sull’orario previsto.
Questa, sia chiaro, non è neppure la storia delle tante associazioni e dei tanti comitati civili di San Francisco. Come quelli che negli anni Sessanta si riunirono per impedire al Comune di far passare le autostrade attraverso la città. La “freeway mania”, come la chiamano qui, vinse più a sud, a Los Angeles, la città di quarzo. A San Francisco, per fortuna, si trovarono tutti a difendere la loro città: associazioni di operai dei cantieri navali militari, bisnipoti dei genovesi che fecero nascere il primo business locale della pesca d'altura, radicali illuminati, cattolici, gay, femministe e amanti delle caratteristiche casette vittoriane, distrutte più dall’ansia di ristrutturare che non dagli incendi e dai terremoti che scuotono la faglia di Sant’Andrea.
Questa, invece, è la storia di una sola di quelle associazioni, Market Street Railway, che riprende il nome dell’antica compagnia di trasporti urbani di San Francisco. Un’organizzazione senza fini di lucro e il cui unico scopo è acquistare vecchi tram in tutto il mondo, restaurali e regalarli alla città.
Il suo presidente è Rick, un omone castano sui quarant’anni, alto più di un metro e novanta, con un viso squadrato da attore di soap opera perfetto per il suo lavoro da giornalista televisivo di Channel 4, un’emittente locale collegata al circuito di un grande broadcaster americano.
Ha parcheggiato la sua berlina argentata davanti a una cancellata che chiude due tronchi di binario subito sotto al cocuzzolo pietroso di Mint Division, la vecchia Zecca della città. Lì, accanto a un supermercato, a un piccolo centro di riciclaggio dei rifiuti, all'incrocio tra Market Street e Duboce, poco prima che Bart – la metropolitana – riemerga per un breve tratto, c’è il piccolo atelier a cielo aperto di Market Street Railway: il posto dove si restaurano i tram.
“Siamo una organizzazione di 1.200 soci – dice orgoglioso Rick – tutti volontari, tutti riuniti da questo progetto: acquistare e restaurare i vecchi tram”. Poi aggiunge: “Non mi fraintenda: non siamo noi a far circolare i tram. All'esercizio ci pensa Muni, la compagnia comunale dei trasporti. Noi li restauriamo e basta”. Annuisco. Dev’essere un privilegio raro presiedere un’associazione come questa. “Certo – risponde Rick – ma è anche un lavoro vero, che svolgiamo tutti gratis”.
La società è nata nel 1976, in sordina, dalla passione di tre amici che volevano salvare dallo smantellamento un vecchio tram dismesso. Negli anni Sessanta, infatti, erano state chiuse una dopo l’altra tutte le linee tranviarie di San Francisco per fare spazio agli autobus, più economici e flessibili, mentre i tram arrugginivano nei depositi o venivano avviati allo sfascio. Solo tre o quattro volte l’anno, durante il fine settimana, veniva riattivato eccezionalmente qualche breve tratto, due o tre fermate al massimo, in zone particolari della città. Ma dal 1978 era praticamente finita anche questa consuetudine.
Poi, nell’estate del 1983, successe un fatto nuovo: alcune linee dei cable-car, le vetture trainate su e giù dalle colline di San Francisco da un cavo sotterraneo, avevano bisogno di manutenzione, e dovettero essere fermate. La Camera di commercio di San Francisco e Muni ebbero un’idea: perché non organizzare un Historic Trolley Festival durante i tre mesi estivi? Una specie di attrazione sostitutiva. Dopotutto, sotto una pellicola d'asfalto i binari ancora c’erano, le linee aeree anche – servono agli autobus elettrificati – e nei depositi di Muni s’arrugginivano tanti vecchi tram dismessi ma non ancora rottamati. I Pcc, come si chiamano. Bastava ripitturarli con i colori delle principali città americane, che hanno da tempo chiuso le loro linee tranviarie, e il festival del “vintage tram”, palliativo per il turismo della città, era già bello che pronto
Questo è il racconta Rick, ma non dice fino in fondo quanto l’associazione abbia contato in tutto ciò. Perché tra i suoi membri, gli appassionati dei tram e della loro storia, già all’epoca c’erano giornalisti, avvocati, medici, esponenti della società di un certo rilievo, magari compagni di scuola dei consiglieri comunali, dei rappresentanti della Camera di commercio. Tutti che congiuravano per far tornare i tram sulla strada.
Il festival fu un successo, ne parlarono i giornali di tutta l’America e le riviste europee. I turisti erano quasi impazziti, facevano la coda per salire sulle vetture. Venne ripetuto anche l'anno seguente e quello dopo ancora, tutte le estati. E poi, con qualche altro lavoro sotterraneo di lobby verso le istituzioni cittadine, all'inizio degli anni novanta la vecchia linea F, dall'Embarcadero su fino a Castro lungo tutta Market street, ritornò a pieno titolo una linea del sistema di trasporto metropolitano integrato di San Francisco, anche se con vetture “vintage”.
Ma il racconto di Rick ancora non è finito: “Oggi la linea F ha a disposizione 34 vetture, e altre otto sono in corso di restauro. Alcuni di questi tram sono pitturati con i colori di altre compagnie, ma sono in realtà di San Francisco. Altri vengono davvero da New Orleans, Minneapolis, Detroit, Chicago. E molti, infine, sono arrivati da paesi stranieri: Russia, Spagna, Portogallo, Cina, Giappone, Germania. E dall’Italia, cioè da Milano”. Come il tram incontrato all’inizio di questa storia.
“Le vetture milanesi – riprende Rick – sono undici. La prima è stata donata per il festival del 1983, le altre dieci le abbiamo chieste noi: piacciono più di tutte”. Perché? “Sono italiane ma progettate da un americano di Cleveland, Peter Witt. Sono le più antiche ancora in servizio (dal 1928) anche se la vostra Atm le sta dismettendo. Sono belle, anche se le panche di legno sono un po’ scomode – strizza l’occhio forse al pensiero dei pendolari milanesi – ma sono robuste e hanno un design inimitabile”.
Le hanno restaurate loro, riverniciandole e sostituendo tutte le parti obsolete o fuori norma con pezzi originali ed omologati. Sembrano appena uscite dalla fabbrica. “Le prossime – aggiunge – verranno dipinte con i vecchi colori, due diverse tonalità di verde e una di giallo. Ci manca una sola cosa, una bandiera del comune di Milano”. Perché, durante le festività, tutti i tram vengono addobbati con due bandiere, una americana e l'altra della città di provenienza. “Purtroppo non abbiamo idea di come sia una bandiera milanese. Non sappiamo neppure se esista”.
I restauri della piccola flotta di tram che si sta creando a San Francisco procedono, lenti ma regolari. “Non abbiamo fretta. Dei nostri 1.200 soci sono una cinquantina quelli che materialmente lavorano sulle vetture. Nel tempo libero, ovviamente. Altri rispondono al telefono nella nostra sede, oppure si occupano della raccolta dei fondi, o del marketing, o del sito web, o semplicemente aiutano con una piccola quota in denaro”.
Ma c’è anche un ingegnere che programma le simulazioni al computer per vedere se il vecchio tram portoghese può sopportare il peso di una struttura di legno e metallo. Oppure quelli che realizzano il sito Internet, pubblicano la rivista trimestrale, preparano i gadget da vendere agli appassionati, organizzano le gite scolastiche per spiegare come funziona un tram elettrico.
Un volontario è lì, a pochi metri da noi. Si chiama Steve Ferrario, prima di andare in pensione faceva l’assistente sociale e adesso lavora di domenica mattina, curvo su una pialla, a sagomare una balza di legno. “A cosa serve questa, Steve”, chiede Rick. “E’ la soletta che corre lungo l'angolo tra il tetto e la parete, all'interno del tram, Rick”. Sono alcuni mesi che Steve ci lavora, un giorno o due alla settimana, senza fretta. “Tra un anno o due saremo pronti, dice Rick, e potremo mandare a Muni anche questa vettura”.
Non c’è fretta per restaurare i tram, perché andrebbe contro la loro filosofia. Che è sorprendente, per come la spiega Rick: “A San Francisco prendere il tram è una esperienza: piace ai turisti ma anche agli abitanti della città. Trasforma un normale spostamento in una avventura nella storia e nella città. Ogni tram ha targhe e depliant che spiegano di cosa si tratta, da dove viene, qual è la sua storia o quella della città che rappresenta”. Soprattutto, ogni tram è diverso dall'altro, un pezzo unico.
Finalmente è arrivato il momento di dare un’occhiata a quello che viene custodito nel deposito di Mint Division. “Là c’è il Barone Rosso, cioè la 3557. Viene da Amburgo, in Germania, ed è stato in servizio dal 1956 al ‘78. Tra un po’ inizieremo a restaurarlo. Subito dietro c’è la 578 di Kobe, Giappone. Quando fu costruita, nel 1927, questa vettura portava il numero 574. Poi, nel 1958 venne restaurata e prese l’attuale numero. E’ arrivata qui da noi nel 1986, in tempo per il festival estivo. A sinistra, invece, – Rick indica un tram praticamente smontato – ce n’è uno portoghese, del 1927. Lo restaureremo più avanti, quando avremo finito altri lavori. Infine, dietro c’è uno dei miei preferiti”. Rick si avvicina al suo tesoro. Un piccolo tram marrone, schiacciato tra assi di legno e materiale per i lavori.
“Il suo nome è “Un tram chiamato desiderio di pace”. E’ russo, del 1922, anche se il suo progetto risale al 1912, quando laggiù c’era ancora lo zar Nicola. Ha una storia particolare, perché venne utilizzato durante la seconda guerra mondiale per trasportare le truppe dell'armata rossa dalle caserme di Mosca verso il fronte. Ce lo siamo procurati con molta fatica, durante l’era di Gorbaciov e della glasnost. Per questo si chiama “desiderio di pace”: un segno dei rapporti con gli ultimi anni del regime sovietico”.
Perché tutti questi tram? Solo come elemento decorativo della città o è per via della vostra passione? “No. La passione c’entra, ma non basta. Recuperare e restaurare i tram è costoso e richiede tempo: migliaia di ore uomo e una spesa che sarebbe di mezzo milione di euro per ciascuno, se non ci fosse il volontariato e una rete di amici che cercano per noi pezzi originali da sostituire a quelli rovinati. Però rappresenta un servizio per l'immagine della città e anche per il sistema della circolazione: nel week end li usano 20 mila persone, durante la settimana salgono sia turisti che pendolari. Il nostro obiettivo è quello di contribuire a un servizio che migliori la città e la sua immagine, abbassando lo stress della vita quotidiana. San Francisco, infatti, è una città particolare, quasi europea. Internazionale per vocazione, attenta al suo passato e alle sue tradizioni ma aperta al mondo”.
Non finirete mai di restaurare i vecchi tram? “Lavoriamo anche per far riaprire altre vecchie linee oltre alla F, – aggiunge – come la linea E dall'Embarcadero a Fort Manson. Forse tra qualche anno ce la faremo. Senza fretta, però, perché questa è la filosofia di chi prende il tram. Una filosofia di cui oggi abbiamo tutti bisogno”.
(©2006 Antonio Dini)