Il presupposto è semplice e Max lo spiega sorridendo durante il pranzo-intervista, cioè un panino al volo in un bar di periferia a Milano: "Non facciamo niente di pericoloso o di troppo vietato". E Negher aggiunge: "Abbiamo iniziato per gioco, è facile da organizzare e non abbiamo mai avuto problemi. Basta essere almeno in due, sempre con la macchina fotografica". La macchina fotografica per arrampicarsi su cassonetti dell'immondizia e cornicioni di palazzi? "Certo – ride Negher –. Te lo spiego con un esempio. Se adesso ti alzi e cerchi di arrampicarti su quel cornicione fino, mettiamo, alla finestra del piano terra, qualcuno chiama subito i carabinieri e come minimo ti fanno una multa record. Se invece ci sono anche io che ti faccio le foto, vedi che la gente si ferma e comincia a guardare: non ci sono più problemi. Alla fine, magari, applaudono anche".
Hanno iniziato così, con la voglia di giocare per le strade di Milano senza dare noia a nessuno, la sera, quando c'è meno traffico. Hanno scalato le micro-vette urbane di qualche cornicione, qualche cassonetto, un pilastro non troppo alto a sostegno della tangenziale. Anche l'ago di piazza Cadorna, elemento decorativo voluto da Gae Aulenti quando ha riprogettato uno dei cuori della città. Però senza fare mai danni, dicono, o violare completamente la legge. Arrampicarsi sugli edifici, infatti, tecnicamente è almeno violazione di proprietà privata. "Ma – dicono quasi in coro – abbiamo sempre scelto aree dove non davamo fastidio, chiedendo permesso e interrompendo subito se qualcuno si risentiva. Non abbiamo mai avuto problemi, neanche con i vigili urbani".
I primi due street boulder, "arrampicatori di blocchi" italiani, ufficialmente sono loro, Max e Negher, al secolo Massimiliano Sacchi e Andrea Negrelli. Docente a contratto di biomeccanica all'università il primo, produttore musicale e insegnante di informatica alle scuole elementari il secondo. Milanesi, poco più che trentenni, capelli lunghi raccolti in una coda, robusto il primo, magro il secondo. A guardarli non si immaginerebbe che siano l'epicentro di un fenomeno che sta crescendo in tutta Italia: alpinismo urbano, free-climbing cittadino, con tanto di gare e sponsor semi-ufficiali. Le loro olimpiadi private dell'arrampicata cittadina sono organizzate a costo zero e i premi vengono offerti da qualche negozio del settore, da una palestra di Milano e anche da un chiosco che vende Kebab, i panini turchi. "Ben cinque buoni - spiega Negher - per altrettanti panini, che poi forse li hanno vinti dei ragazzi di Ascoli Piceno o di Massa Carrara ma non importa".
Sì, perché le olimpiadi spontanee degli arrampicatori cittadini non sono un fenomeno chiuso dentro Milano, anche se la metropoli del nord Italia è il campo di gara ufficiale. Grazie al loro sito Internet (www.stone-grip.it), ai video messi in circolazione nella rete, al marketing virale - come lo chiamerebbero gli esperti di comunicazione - e cioè al semplice passaparola, alla fine di aprile per la seconda edizione dello Street Boulder Contest sono arrivate più di duecento persone da tutta Italia a intasare tre strade alla periferia di Milano. Riuniti per passare una serata ad arrampicarsi su una sessantina di "blocchi", cioè, nel gergo degli alpinisti, gli ostacoli da scalare. "Ma in realtà - dice Max - li chiamiamo "problemi", perché sono veri rompicapi da risolvere con una o due mosse giuste per arrivare a prendere il "top", la cima, da toccare a mani giunte. Non si sale mai più di un paio di metri, sempre col materassino sotto ed evitando di rovinare monumenti, disturbare le persone e soprattutto di mettere a rischio l'arrampicatore".
Nel novembre del 2003, per la prima olimpiade privata che hanno messo in piedi grazie a Internet, comunicando via email l'ora e il luogo dell'appuntamento solo all'ultimo momento, Max e Negher hanno radunato più di sessanta persone. Il campo da gioco era Città studi, il quartiere universitario di Milano, che dopo le sette di sera si svuota di studenti e insegnanti: alle nove diventa il terreno ideale per scalare e arrampicarsi. Alla fine, di tutta la serata sono rimaste parecchie ore di registrazione video amatoriale: "Poteva essere un bel ricordo - spiega Negher, appassionato anche di tecnologia - o qualcosa di più. In tre mesi lo abbiamo montato con un sistema professionale sul mio Mac e ne abbiamo fatto un Dvd. Poi è arrivato un amico che ci ha detto: "Mandatelo al film festival di Trento". Così, dopo qualche settimana ci siamo ritrovati seduti nella sala cinematografica mentre lo speaker diceva: "Per l'Italia, di Negrinelli-Sacchi, Street Boulder Contest 2003". Non puoi capire l'emozione. Adesso il video continua a girare per tutta Italia e all'estero. Lo vuole anche Sky per trasmetterlo sul satellite, ci pensi?"
Ad arrampicarsi non sono solo ragazzi: ci sono donne, professioniste della scalata o studentesse universitarie. Come Stefania De Grandi e Giovanna Pozzoli, le prime due atlete italiane nella disciplina ufficiale del free-climbing, che insieme agli altri hanno dato la scalata per esempio al "davanzale furente", il blocco numero 16: un cornicione a un metro e novanta di altezza perso nella periferia di Milano. A guardarlo non sembra poi questa gran sfida, "invece è tostissimo", puntualizza Negher. Oppure, si sono arrampicate sul blocco numero 4, uno svasatura completamente liscia alta sessanta centimetri che rende difficoltoso arrivare a toccare il top, a due metri di altezza su un muro laterale e un po' anonimo di una bella palazzina liberty.
"D'ora in avanti - scrive Lia sul forum del loro sito, ricordando l'ultima arrampicata - guarderò con occhi diversi la grigia Milano! Grazie per questa nuova prospettiva. Alla prossima". Il divertimento è nella sfida? Per i due ragazzi è nel cercare il proprio limite risolvendo un problema. Spiega Max: “Non come quelli che vediamo nei film, con gente che fa salti di venti metri. Te li immagini impegnati a scalare un cassonetto alto uno e sessanta? No, il cassonetto è difficile ma divertente per la gente normale, mica per Bruce Willis o il suo stuntman".
Lo scopo è proprio quello: divertirsi e basta. "Ci sono altri gruppi - dice Negher - in Francia, ad esempio, ma sono troppo tecnici. Fanno cose difficili, sono per pochi. Noi siamo aperti a tutti, il nostro movimento sta crescendo a vista d'occhio". Aggiunge Max: "Cresciamo perché è divertente: è un gioco dove si socializza, si sta insieme, e in giro per l'Italia lo stanno capendo. Ci vuole tempo per mappare tutti i blocchi ma i costi sono inesistenti. A Piacenza, a Venezia, a Bologna, nel Sud, sono in parecchi che ci contattano per chiederci suggerimenti su come farlo anche nelle loro città. Organizzando bene il gioco a Milano diamo il buon esempio e lo street boulder si spande a macchia d'olio in tutto il Paese". Il risultato? Due "panettoni" di cemento che delimitano un cancello e il cartello del divieto di sosta si trasformano all'improvviso in un'avventura alla portata di tutti. Ci si diverte: non è poca cosa, nelle città di oggi.
(© IoDonna-Corriere della Sera)