Anche l'Australia partecipa a una tendenza che sta rivoluzionando il mercato dei supercomputer, macchine composte da centinaia (in alcuni casi migliaia) di Cpu in grado di eseguire migliaia di miliardi di operazioni al secondo (in sintesi, l'acronimo per misurarle è il teraflop): supercomputer più veloci a prezzi sempre più contenuti.
La minore necessità – nell'ambito del mercato internazionale della ricerca scientifica – di possedere computer in grado di eseguire calcoli vettoriali in favore invece di quelli per il calcolo parallelo, insieme all'abbassamento dei prezzi della componentistica elettronica standard a fronte di una sua sempre maggiore qualità, stanno infatti riducendo radicalmente il costo di strumenti per la ricerca scientifica pura un tempo estremamente costosi. In pochi anni si sta passando dalle centinaia di milioni di dollari a poche decine di milioni, in alcuni casi anche meno, con performance tuttavia sempre crescenti.
A Sydney è terminata da poche settimane, infatti, la fase di assemblaggio di un relativamente piccolo cluster composto da 155 box Dell ciascuna dotata di due processori Intel Xeon con due Gigabyte di memoria l’una. Una macchina infinitamente più economica (anche se meno potente) rispetto al più veloce computer attualmente sul mercato, prodotto su misura dalla Nec e collocato al centro di ricerca per la simulazione del suolo terrestre di Yokohama, in Giappone.
Invece, il supercomputer australiano, che utilizza Linux come sistema operativo, appartiene all'Australian centre for advanced computing and communications (Ac3), con sede nel Parco tecnologico della capitale del Nuovo Galles del Sud. Viene gestito per conto di un consorzio di cinque università regionali al fine di effettuare ricerche scientifiche avanzate e modellazione computazionale.
La macchina, che sarà in grado di superare di stretta misura il teraflop di velocità di calcolo, dovrebbe essere una delle prime cinquanta al mondo, secondo i suoi costruttori. Proprio in queste settimane, infatti, le organizzazioni composte dai principali centri di ricerca della Terra che certificano la graduatoria dei 500 più veloci supercomputer al mondo stanno aggiornando le classifiche, come accade sempre due volte l'anno dall'inizio degli anni Novanta, per registrare i progressi compiuti nella realizzazione di nuove macchine per il calcolo superveloce destinate alla ricerca o ai test di modelli matematici complessi.
Tornando all'Australia, il nuovo supercomputer rappresenta soprattutto il primo esemplare di una nuova serie prevista dalla strategia di sviluppo dell'infrastruttura della ricerca scientifica australiana che si chiama Australian Partnership for Advance Computing.
Nei prossimi anni l'obiettivo del Paese, infatti, è quello di dotare ciascun consorzio universitario situato in ognuno degli stati australiani di uno o più supercomputer simili, basati su Linux, per raggiungere la finalità di realizzare in modo relativamente economico una rete (grid) nazionale di calcolo superveloce a fini scientifici.
Costi contenuti, collegamenti rapidi attraverso dorsali in fibra ottica (che circumnavigano l'Australia) e modelli di calcolo parallelo basati su componenti e architetture standard e non proprietarie sono i punti salienti della strategia di sviluppo. I centri di ricerca australiani, così come l'industria informatica del Paese, non hanno forti competenze per la realizzazione di hardware particolari. Tuttavia lo sviluppo software ha raggiunto, secondo l'opinione del ministero dell'Economia, la maturità come settore industriale e consente quindi di investire su infrastrutture sempre più ampie, per aiutarne lo sviluppo anche a livello commerciale.
Il settore della ricerca scientifica sia universitaria che collegata allo sviluppo industriale (attraverso anche forme di sponsorizzazione), invece, ha una fortissima necessità di strumenti per il calcolo scientifico che siano ad un tempo economici e performanti. Il rischio è quello di perdere completamente la gara in corso tra i vari paesi e dover dipendere per le proprie risorse di calcolo da infrastrutture non nazionali.
(© Il Sole 24 Ore)