L'Hacker? E' la persona più rilassata del mondo. Studia, esce con gli amici e la ragazza, ha il motorino, magari tifa Juventus e gioca anche a calcetto. La sua giornata è quella di tanti suoi coetanei tra i sedici e i venti anni: a scuola o all'università la mattina, la passione per il computer la sera dopo cena, qualche videogioco in rete nel tempo libero.
Almeno, questo è il racconto di O., che a ventisei anni si è già lasciato dietro le spalle una carriera da "appassionato di sicurezza", come dice lui. Cioè di hacker, come diremmo noi.
Il suo nome, però, deve restare assolutamente anonimo e anche per parlargli si può usare solo il telefono. Oggi, infatti, lavora come consulente per la sicurezza informatica delle aziende: «Non ho niente da nascondere, ma qualunque altra informazione ti dicessi mi renderebbe subito riconoscibile». Sì, perché O. è diventato un "hacker etico" quasi cinque anni fa, scegliendo di lavorare per rendere più sicuri i sistemi informatici anziché per farli saltare. Ma prima era abbastanza famoso nel suo ambiente, una società virtuale i cui membri si incontrano solo grazie ad Internet e sono in tutte le parti del mondo.
«Andiamo con ordine: io ho iniziato a interessarmi di problemi di sicurezza a dieci-dodici anni, a sedici ho iniziato a fare l'hacker. Cioè, ho iniziato a cercare di risolvere problemi complessi in modo originale condividendo la mia conoscenza con altre persone appassionate come me».
I "problemi" sono quelli che derivano dalla protezione contro le copie non autorizzate dei programmi agli inizi degli anni novanta, quando i software venivano distribuiti su dischetti, oppure i sistemi di gestione dei server di Internet in tempi più recenti.
«Per fare il mio lavoro, cioè analizzare e testare la sicurezza delle reti assicurando che siano in grado di resistere agli attacchi dall'esterno, non basta aver studiato informatica o essere bravi a usare il computer. Bisogna far parte di una comunità molto particolare, in cui non si entra se non si dimostra di valere qualcosa e la cui regola fondamentale è quella di condividere la conoscenza».
La conoscenza, cioè il vero collante di quella casta un po' elitaria che viene generalmente chiamata hacker. Ma che in realtà, al suo interno, è divisa in gruppi con obiettivi molto differenti e la cui storia è più antica di quanto non sembri. Risale alla fine degli anni cinquanta, nelle facoltà scientifiche statunitensi, dove studenti più dotati e "originali" degli altri cercavano di risolvere in modo del tutto personale problemi logici e poi, con l'arrivo dei primi calcolatori, informatici.
Dal mondo universitario la caratteristica principale che è rimasta è la predisposizione a diffondere gratuitamente la conoscenza. "Anche se oggi – continua O. – in realtà è un'élite molto chiusa, a cui è un vero privilegio appartenere. Il mio contributo per essere accettato, oltre ad aver tirato giù qualche sito ma senza fare danni, solo per la soddisfazione di avercela fatta, è stata la creazione di un tool per l'analisi delle reti locali. Non posso dirti di più, perché è il migliore al mondo anche oggi, e viene utilizzato da migliaia di amministratori di sistema oltre che da tutti gli appassionati di sicurezza».
L'hacker, quello vero, non ha interesse a fare danni e soprattutto, secondo O., non ha fretta: «Avevo tutto il tempo del mondo: ero io a decidere di quale "problema" occuparmi, di quali informazioni raccogliere, di come documentarmi, e poi di studiare il modo per effettuare l'attacco e decidere quando colpire. La mia vita da hacker era molto rilassata, fatta di lunghe sessioni Irc (un programma per chattare) sui nostri canali riservati per scambiare conoscenza, con una giornata per il resto in tutto e per tutto uguale a quella degli altri ragazzi».
L'immagine che ci descrivono i libri e gli articoli sugli hacker, allora? «Quelli con gli occhiali che mangiano la pizza davanti al computer alle quattro del mattino non sono hacker, sono solo ragazzini che vorrebbero diventare hacker. Gli script kiddies, quelli che usano programmi fatti da altri per tirare giù un sito, oppure hanno l'hard disk pieno di mp3 e film porno che condividono su Internet dopo averli scaricati da qualche altro server. Delle nullità. Quasi peggio dei cracker, i "vandali" che colpiscono a destra e a manca per fare danni e basta».
Se c'è un fascino romantico nella vita dell'hacker, secondo O. è come quello che di uno sportivo: «Ti prepari per mesi a una gara importante e quando ce la fai, ne sei orgoglioso. Hai guadagnato una corona di alloro virtuale». Più o meno quello che vogliono i ragazzi che parteciperanno domani alla gara per abbattere seimila siti in tre ore: il privilegio di dire «Sono stato io a farlo, sono il più bravo di tutti».
(© Il Sole 24 Ore)