I teatri marchigiani e il loro rapporto con le scuole di danza (seconda parte): IL TEATRO PERGOLESI DI JESI
 
LA PAROLA ALLE SCUOLE DI DANZA
A Jesi danza solo il Sindaco
Teatro gestito dalla Fondazione Pergolesi Spontini presieduta dal Primo cittadino: i saggi all’aperto
a cura di Pamela Ventura

Se fosse una partita a carte la posta in gioco sarebbe alquanto interessante: 15.880,00 euro, tanto è stato pagato da Spazio Danza alla Fondazione Pergolesi Spontini per l’utilizzo del Teatro nel 2008, una cifra niente male tanto più che nella città non esiste alcuna alternativa valida. 
Cinzia Scuppa e Mariella Strappa ci hanno spiegato con chiarezza come vivono questa situazione surreale e l’assessore Valentina Conti ci ha illustrato la posizione del Comune; manca solo la Fondazione, che ha finalmente accettato di incontrarci e di cui riporteremo la voce nel prossimo numero.

Valentina Conti, Assessore alla cultura di Jesi
<Siamo consapevoli dell’entità del costo, ma non possiamo farci nulla, il teatro è gestito dalla Fondazione Pergolesi Spontini, che è un ente autonomo cui va riconosciuto, rispetto ad altre realtà assimilabili, una situazione economica sana e quindi una buona capacità di gestione. Come Comune abbiamo proposto spazi alternativi alle scuole, come il Teatro San Floriano o l’utilizzo del palco in piazza. Inoltre, per favorire la danza stiamo pensando di invitare, ad una manifestazione che vorremmo programmare, dei danzatori di origine Marchigiana, ma più di questo non possiamo fare, perché non è nelle nostre competenze>.

Cinzia Scuppa e Mariella Strappa, Spazio Danza (associata AMSD)
<Che la cifra che paghiamo sia spropositata è evidente, basta rapportarla al costo degli altri teatri della regione. La spiegazione che ci viene fornita è sempre la stessa: <Il teatro costa tanto, ma in alternativa ci sono altri spazi>. Certe risposte ci lasciano sconcertate, perché chiunque abbia mai visto un saggio sa che questo necessita di un palco adeguato, un certo numero di posti in sala e dei camerini in numero sufficiente, tutti elementi che mancano al San Floriano, che non permette neanche l’istallazione di un adeguato impianto luci teatrali. Ringraziamo il Comune per il palco in piazza allestito lo scorso anno, ma anche questo è stato un palliativo, poiché tra una piazza ed un teatro c’è una bella differenza, anche per le difficoltà logistiche di gestire, far cambiare o accompagnare in bagno ragazze e bambine di pochi anni in luoghi di fortuna. Inoltre la piazza comporta sempre il rischio mal tempo. E’ vero che abbiamo usato il palcoscenico gratuitamente, ma allo stesso tempo abbiamo coperto senza costi una data della manifestazione Jesi Estate.
La realtà è che le scuole non hanno scelta e devono accettare questi costi ed il problema non riguarda solo noi, ma tutte le associazioni della città. La giustificazione che il Comune non abbia alcuna voce in capitolo è inaccettabile perché, sebbene la gestione del Teatro sia affidata alla Fondazione, il suo presidente non è altro che il Sindaco della città, inoltre essa riceve un finanziamento annuale dal Comune. Dunque, è impensabile che quest’ultimo non abbia voce in capitolo e che non possa almeno trattare le condizioni di utilizzo del teatro. Inoltre, vorremmo ricordare che la Fondazione gestisce il Teatro Pergolesi, ma non ne è la proprietaria: i teatri sono stati costruiti con soldi pubblici e sempre con denaro pubblico sono stati restaurati. In aggiunta, sono sovvenzionati con denaro che esce in parte dalle tasche degli jesini o che arrivano dal Fus (che è un finanziamento statale). Quindi, la Fondazione non può fare ciò che vuole e mettere i cittadini nell’assurda condizione di pagare per intero qualcosa che hanno già pagato tramite le loro tasse.
Poi, il fatto che il Comune e la Fondazione pongano l’accento solo sull’aspetto economico, è una deprimente conferma della visione limitata di ciò che significhi fare cultura e questo denuncia una linea politica disattenta al territorio ed ai giovani, che intende la cultura come un’attività economica e non come un investimento.
Ci dicono che la Fondazione è economicamente sana, e ci mancherebbe altro con questi prezzi! Inoltre, tanto efficienti non sono se non riescono a strutturare un sistema che ponga su piani diversi associazioni locali o amatoriali da qualsiasi professionista che affitti il teatro per fini puramente commerciali. In realtà, reputare efficiente un ente culturale solo perché fa quadrare il bilancio, è riduttivo; la mission degli enti culturali non è fare quadrare il bilancio, ma razionalizzare le risorse per fare cultura. Qui si sollevano due questioni che sarebbe interessante approfondire: in cosa consiste una politica culturale e cosa si intende per razionalizzazione delle risorse? Sia ben chiaro che, noi che lavoriamo solo con logiche di mercato, siamo i primi a comprendere il problema dell’esiguità dei fondi. Ma la promozione culturale di una città non può risolversi in una stagione di prosa e di lirica (la danza a Jesi è totalmente assente), disinteressandosi poi delle associazioni culturali che sono quelle che toccano la vita di tutti. Perché chi va a vedere l’opera ha già gli strumenti economici ed intellettuali adeguati per fruire dell’arte, ma tutti gli altri restano fuori e così ci resteranno sempre di più, tanto che il problema nazionale dell’invecchiamento dei frequentatori di certe stagioni teatrali è particolarmente evidente a Jesi.
In un periodo di degrado sociale e civile come quello in atto, sarebbe necessaria la concertazione tra teatri, scuola ed associazioni, al fine di educare la gente, abituarla alla frequentazione, avvicinarla agli spazi della cultura, sostenendo chi ha capacità e volontà, come le scuole di danza, di musica o i gruppi teatrali, che sono realtà che creano un ponte vero tra la società e la cultura, che decodificano i linguaggi e che educano all’ascolto. Se vogliamo investire sul pubblico futuro questo è necessario, o ancora crediamo nell’obsoleta concezione del teatro di elite? Invece, per quello che riguarda la razionalizzazione delle risorse potremmo rispondere che il problema è il loro, dato che noi già paghiamo le tasse; ma poiché a subire gli effetti di certe scelte siamo infine noi cittadini, vorremmo sottolineare che la proliferazione di strutture che prendono il posto dei comuni con il compito di trovare soluzioni a volte è controproducente, perché contribuisce a creare ristagno di denaro pubblico, o almeno una dispersione. Se prendiamo ad esempio la lirica, le Marche hanno stagioni e produzioni ovunque, enti a 20 km di distanza con organici diversi e cartelloni in concorrenza. 
Tutto questo contraddice concetti basilari di economia, come il bacino d’utenza o la coordinazione o l’accorpamento di strutture simili o, almeno, la diversificazione dell’offerta. I tagli riguardano sempre le scuole o i cittadini, ma perché non si razionalizza l’uso dei fondi affinché il denaro pubblico torni a circolare e restituisca qualcosa a tutta la collettività?
Perché la corsa a tanti festival, tante stagioni, tanto di tutto, se poi tutto é inevitabilmente piccolo, locale e mediocre? Perché non si può ragionare in grande creando tre, quattro o cinque poli veramente importanti nella regione che si occupino di settori diversi e non si facciano concorrenza? Si potrebbe risparmiare facendo collaborare il personale adeguatamente e veramente qualificato e poi lasciare il resto dei fondi a chi opera nel territorio e spesso fa il lavoro sporco interagendo con le famiglie, educando i bambini, trasmettendo valori e stili di vita sani agli adolescenti; realtà che, invece di venire sostenute, vengono continuamente mortificate da una pubblica amministrazione lontana, legata a logiche che sono di mercato quando si tratta di far pagare gli utenti, ma pubbliche quando si tratta di giustificare le scelte, le assunzioni, la nascita e le finalità degli enti.
Infine, vorremmo concludere con le parole dei genitori dei nostri allievi, quando abbiamo proposto loro di andare a fare il saggio al Teatro La Fenice di Senigallia, dove l’accoglienza riservata alle scuole dall’assessore Velia Papa è di tutt’altra natura e tutt’altro costo: <Ci rifiutiamo. Jesi è la nostra città, il Pergolesi è il nostro teatro, paghiamo le tasse per farlo funzionare ed abbiamo diritto di utilizzarlo; già Jesi non ha la danza in cartellone, lasciateci almeno il saggio!>.
Articolo apparso sul n. 2/2009 di Danza è Cultura

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sabato 27 giugno 2009