Riflessioni sulla formazione e sulle scuole di danza private in Italia
 
DOCUMENTO PRESENTATO AL TAVOLO NAZIONALE SULLA FORMAZIONE INDETTO A ROMA DA AIDAF - FEDERDANZA / AGIS IN DATA 02 MARZO 2009.
 
Premessa
 
Con questo scritto vorrei apportare il mio contributo, sotto forma di riflessioni, ad una discussione – quella sulla formazione nella danza – che è forte interessante ed attuale, benché complessa e non priva di insidie. Riflessioni che vorrei condividere con voi e che esprimo qui di seguito.
 
Riflessioni
 
Se ci ritroviamo, oggi, a discutere ancora sulla necessità di porre regole mancanti sui percorsi e sui titoli formativi, sui falsi attestati, sulla mancanza di una rete formativa distribuita sul territorio e, quindi, sulla mancanza dei licei coreutici, sull’arretratezza di un sistema scolastico istituzionale che non dà sufficiente spazio alla formazione artistica e alla creatività, se ancora non riusciamo a dare concretezza ad una convenzione stipulata con il MIUR qualche anno fa, se in Italia mancano centri di formazione di danza contemporanea capaci di diventare dei veri punti di riferimento a livello nazionale (come esistono in Inghilterra, in Germania o in Olanda), insomma, se ancora oggi stiamo discutendo di problematiche che sono alla base di un sistema che, per funzionare bene, deve avere tutti i tasselli al posto giusto, ebbene, può significare una di queste due cose:
 
a)    abbiamo affrontato le singole questioni perdendo la visione d’insieme del sistema, quindi, perdendo di vista gli obiettivi finali;
 
b)    abbiamo interposto, tra le problematiche e gli obiettivi da raggiungere, le questioni personali, gli interessi di parte e, di conseguenza, abbiamo puntato le nostre azioni in direzioni diverse, rendendo l’obiettivo impossibile da raggiungere.
 
Quindi, azzardo una prima proposta che parte da una provocazione: forse, non tutti parliamo lo stesso linguaggio. Forse, parole semplici come danza, scuola, arte, cultura, tecnica, formazione, ecc., hanno per ognuno di noi un significato diverso. Allora, se prima non ci si mette d’accordo sul valore delle parole, attribuendo a queste dei significati univoci non soggetti a libera interpretazione, ebbene non riusciamo a capirci. Naturalmente, ognuno di voi sa esattamente che cosa vogliono dire parole come “danzare” o “scuola”, ma sono sicuro che se dovessimo dare una definizione precisa a questi due vocaboli – immaginate che lo facessimo ora scrivendo su dei bigliettini le nostre risposte e che poi li leggessimo di fila – saremmo molto sorpresi nel constatare che ci sarebbero tante definizioni diverse quanto il numero di persone presenti in questa sala.
 
Pertanto, per poter dialogare tra di noi e capirci, io propongo di partire proprio dall’intenderci sulle parole che usiamo, anche quelle apparentemente più semplici, prima di affrontare gli argomenti complessi sui quali discutiamo da anni. Per non complicarci troppo la vita, potremmo prendere per buone le definizioni date dai nostri vocabolari, sempre che ci si metta d’accordo sul vocabolario da adottare.
 
Seconda riflessione: ammesso che ci si trovi tutti in sintonia sul significato delle parole e che il quadro della situazione appaia a tutti chiaro, allora si pone il problema dell’individuazione delle soluzioni, della condivisione delle strategie da mettere in atto e delle priorità da dare alle diverse questioni. Anche qui non mancano le difficoltà per trovare un percorso che possa essere condiviso. Gli interessi degli uni, in genere, non combaciano con gli interessi degli altri e si finisce spesso con il tornare a casa a mani vuote, con la testa piena di autostima e disprezzo per le opinioni altrui. A rimetterci siamo naturalmente tutti ed il risultato di tanta poca disponibilità al compromesso (ognuno rinuncia a qualcosa per poter fare tutti un passo avanti) è drammaticamente davanti ai nostri occhi, nel quadro dove è dipinta l’attuale situazione o, se preferite, sulla scena dove puntualmente si replica la rappresentazione del nostro fallimento.
 
La mia proposta è, ancora una volta, quella di iniziare dall’inizio: per poter dialogare tra di noi in maniera adeguata, per far sì che le nostre discussioni approdino a delle decisioni, per far sì che ci si possa porre degli obiettivi comuni è necessario, volenti o nolenti, che il settore sia unito. Unito nelle rispettive diversità, che sicuramente sono segno di ricchezza, ma unito per avere la necessaria forza che solo un organismo altamente rappresentativo può esercitare nei confronti delle Istituzioni nazionali. E quale luogo, quale tavolo, quale organismo migliore di questo nel quale oggi siamo riuniti, ossia l’AGIS, può assolvere al meglio a questa funzione? Un’entità super partes capace di fare da garante nei confronti di noi tutti, che è rappresentativa dell’intero comparto, che raccoglie le problematiche del settore e che dialoga con autorevolezza con i Ministeri ed il Governo. La mia proposta, rivolta ai presenti, è quella di non indugiare nell’aderire all’AIDAF-Federdanza, poiché è solo attraverso la partecipazione e una vasta adesione che le cose possono cambiare, che le situazioni possono evolvere. I cambiamenti, quelli che tutti ci auguriamo – ammesso sempre che ci si intenda sugli obiettivi – possono avvenire solo dall’interno e per gradi. Non possiamo combattere o sperare di vincere alcuna battaglia se non siamo organizzati come lo è un vero gruppo compatto ed ordinato, fortemente motivato e guidato da leader autorevoli. Dall’interno possiamo iniziare a creare le condizioni perché questo processo di cambiamento possa avvenire per davvero. Dobbiamo crederci, altrimenti anche oggi torneremo a casa a mani vuote.
 
Il 1° dicembre 2008 l’AIDAF ha espresso in maniera chiara, in cinque punti, gli obiettivi prioritari per il settore. Discutiamo su questi punti, confrontiamoci in modo costruttivo, ma cerchiamo di comprendere, prima di ogni cosa, che solo in questa sede abbiamo voce e forza come categoria. Fuori di qui, siamo ben poca cosa. Non mi riferisco certo al valore nominale di ognuno, alla storia gloriosa di alcuni, non intendo proprio sminuire nessuno. Voglio solo dire che, fuori dall’AGIS, nessuno di noi ha, né avrà mai, un potere contrattuale forte nei confronti di nessun Governo. Semplice, no?
 
E le scuole di danza private, che in Italia sono una realtà impressionante per numero e per indotto economico che producono, sono pronte a compiere un passo in avanti? sono pronte a mettersi in discussione con spirito critico? sono pronte a compiere quel salto di qualità necessario e non più differibile che le trasforma in scuole al passo coi tempi? Se penso al processo di crescita avvenuto nelle Marche e portato avanti a piccoli passi dalle scuole che ho il piacere di rappresentare, credo che l'esperienza associativa vissuta sul territorio, a stretto contatto con le Istituzioni e con gli altri attori della scena culturale locale, sia stata qualificante ed utile per tutto il settore. E mi riferisco non solo alle scuole, ma all’intero comparto dello spettacolo. Oggi, nelle Marche, le scuole di danza associate in AMSD stanno compiendo un percorso di crescita basato sul confronto e sulla discussione delle problematiche comuni, stanno mettendo da parte i personalismi e stanno lavorando per il raggiungimento di interessi comuni che vanno e che andranno a vantaggio di tutto il territorio, naturalmente, anche di quelle scuole che non aderiscono al nostro progetto. Le scuole nelle Marche hanno capito, intanto, che se si rimane isolati non si cresce e si rischia di rimanere fuori dalla società che muta. Le scuole marchigiane oggi dialogano, attraverso l’AMSD, con la Regione Marche, dalla quale ricevono contributi e riconoscimenti e con la quale discutono di politiche culturali. Le scuole marchigiane sono state consultate nella formulazione di regolamenti regionali e nella redazione della proposta della nuova legge sullo spettacolo dal vivo. Le scuole marchigiane hanno attivato collaborazioni con l’AMAT, il circuito dei teatri, e con il Festival Civitanova Danza; inoltre, intrattengono rapporti con l’Università degli Studi di Urbino, organizzano convegni e tavole rotonde, collaborano attivamente con le scuole dell’Umbria e sono impegnate, da quattro anni, in un felice progetto editoriale che vede la pubblicazione della rivista Danza è Cultura, trimestrale di attualità ed approfondimento culturale, distribuita in tutte le Marche e nelle vicine regioni. Insomma, le scuole di danza nelle Marche si sono destate dal torpore nel quale erano assopite e lentamente stanno cambiando il proprio profilo ed il profilo di un territorio molto variegato ed affascinante, ma anche chiuso su se stesso e sulla propria vocazione produttiva, diventando soggetti dinamici e propositivi. Per inciso, le Marche sono la regione ad investire di meno sulla cultura in Italia.
 
Ma c’è un gap enorme da colmare, culturale innanzitutto, che passa attraverso una presa di coscienza che molte scuole devono ancora acquisire e, cioè, quella di far parte della grande comunità della danza, di essere parte integrante di un processo formativo, culturale e produttivo che è proiettato nello spazio e nel tempo, ben oltre al proprio quartiere di azione. Proprio per questo, cioè per il fatto di appartenere a tale comunità, esse hanno delle responsabilità etiche alle quali dover rispondere e dalle quali non è più possibile sottrarsi. Una scuola di danza ha in sé una pluralità di valori che si intrecciano contemporaneamente: un centro di aggregazione sociale, di promozione culturale, di educazione e di formazione professionale, uno spazio vitale nel quale il giovane cresce e sviluppa la propria personalità e sensibilità a contatto con l’arte. In più, una struttura che produce benessere sociale ed economico, che è parte integrante del tessuto produttivo del proprio territorio. Una scuola di danza è una scuola di vita, che viaggia su un binario parallelo a quello della scuola istituzionale e della famiglia. Ma questo succede solo se essa adotta un progetto formativo, culturale ed organizzativo solido, proiettato nel tempo e che si relaziona in maniera critica e continua con il territorio dove opera. La scuola di danza diventa un formidabile alleato della famiglia, quanto del sistema cultura della città, capace di incidere sui bilanci dei teatri e addirittura capace di influenzarne le scelte di programmazione artistica.
 
Ma, perché tutto questo possa avvenire, la scuola di danza deve compiere un processo di maturazione e di apertura che richiede tempo ed energie. Essa deve soprattutto ragionare in termini globali, sapersi rapportare con gli altri operatori, mettersi in rete e, se necessario, ridefinire con spirito critico la propria mission. Un percorso sicuramente difficile, ma necessario per proiettare la scuola di danza nel futuro e per rispondere in modo adeguato agli stimoli esterni e al processo di modernizzazione che il passare del tempo impone.
 
Tralascio volentieri le questioni relative al riconoscimento di titoli o alle metodologie di insegnamento, ai percorsi formativi, ecc. questioni estremamente delicate che lascio ai maestri, poiché richiedono una competenza che io non ho. Ma non riesco ad evitare un paio di riflessioni che mi tormentano e che pongo sotto forma di domanda perché vorrei che qualcuno vi rispondesse: possiamo mai cancellare, dall’oggi all’indomani, migliaia e migliaia di insegnanti che non hanno effettuato il proprio percorso formativo presso l’Accademia nazionale? Possiamo mai chiudere le migliaia di scuole che producono ricchezza e benessere perché offrono lavoro a migliaia e migliaia di insegnanti e collaboratori ma che non sono in possesso di titoli accademici? Possiamo rinunciare ad un indotto che le scuole di danza – da sole – producono, valutato in oltre 500 milioni di fatturato annuo (più dell’intero FUS), e che è in continua ascesa, a dispetto di ogni crisi? Piccola parentesi: nel sistema danza in Italia, a differenza degli altri comparti, le scuole sono le uniche a non pesare sulle casse dello Stato, sono le uniche a non aver mai chiesto nulla e a non aver mai ricevuto nulla. Forse, in vista di una futura regolamentazione del sistema, sarebbe opportuno chiedere sostegni per affrontare nel modo più adeguato la riqualificazione del comparto.
 
Antonio Cioffi
 
 
 
AIDAF - FEDERDANZA / AGIS
venerdì 1 maggio 2009