I teatri marchigiani e il loro rapporto con le scuole di danza (prima parte): I TEATRI DI PESARO
 
LA LINEA DURA DI PESARO
Intervista a Giorgio Castellani, direttore dei Teatri di Pesaro
a cura di Pamela Ventura
 
Direttore, le scuole di danza della città si esibiscono al teatro Rossini?
No, al teatro Sperimentale.
Perché?
E’ una scelta di politica culturale molto precisa, presa da me e dal Consiglio comunale che amministra il teatro; dopo aver considerato diversi elementi abbiamo scelto di destinare il Rossini solo a professionisti.
Non considera le scuole di danza realtà professionali?
Sì, ma ad un livello differente e per finalità differenti, ma un saggio, per la sua stessa natura, è qualcosa di diverso da spettacolo, e gli allievi di una scuola non possono, per ovvie ragioni, essere considerati professionisti. Un criterio su come gestire il teatro era necessario e siamo giunti a questa scelta considerando che il Teatro Rossini ha raggiunto, grazie al Rof e alla stagione concertistica, un prestigio internazionale; ritenevamo doveroso proteggere ed alimentare tale prestigio. La gestione del teatro, inoltre, comporta dei costi notevoli che sarebbe impossibile coprire con il prezzo che viene richiesto per lo Sperimentale; quest’ultimo è comunque un’ottima struttura, moderna, in centro e con 500 posti aventi tutti un’ottima visibilità; poi il Rossini lavora già molto, non abbiamo esigenza di riempirlo e le tante richieste che vengono fatte per lo Sperimentale non troverebbero comunque tutte posto al Rossini e dovremmo quindi trovare un altro criterio di distinzione (ndr il Teatro Sperimentale viene noleggiato alle associazioni, per 1 giorno di spettacolo, ad Euro 1.228,04 Iva compresa, senza impianti tecnici; mentre il Teatro Rossini alla tariffa unica giornaliera di Euro 10.080,10 Iva compresa. Tariffe approvate dalla Giunta Comunale con delibera n. 236 del 27 novembre 2008).
Siete consapevoli che la vostra è una scelta diversa dalla politica di altre realtà, anche importanti, nelle Marche?
Sì, ma siamo anche consapevoli della nostra differenza per storia e tradizione. Ogni realtà è differente dalle altre e deve valutare le proprie esigenze e possibilità; e comunque noi non neghiamo spazi ma gestiamo quelli a nostra disposizione, secondo un principio per cui il teatro viene destinato alla diffusione della cultura.
E se una scuola le chiedesse di affittare il teatro, per un evento speciale, come uno spettacolo e non un saggio?
La questione andrebbe discussa, si potrebbe concedere lo spazio compatibilmente con le esigenze del cartellone, ma a costi e condizioni di utilizzo completamente diverse da quelle dello Sperimentale, ad esempio con un costo che dovrebbe coprire tutte le spese, con dei tempi e modi per le prove ben definite, delegando tutte le questioni organizzative e di sicurezza a chi prende il teatro in affitto.
Si applicherebbero cioè delle regole per professionisti, perché è questa la linea che abbiamo scelto.  Sinceramente mi auguro però che questo non accada per non creare dei precedenti difficili da gestire in una città come Pesaro, che vanta un numero elevato di operatori artistici amatoriali; ovviamente le condizioni che le ho illustrato sono uguali per tutti, anche per compagnie teatrali o gruppi musicali.
Cambiando argomento, il rapporto con le scuole, oltre le richieste per il teatro, non mi sembra molto sviluppato, anche perché a Pesaro la danza è completamente assente dai cartelloni; non crede che con un bacino di utenza tanto grande si potrebbe fare qualcosa di più?
E’ vero, a Pesaro manca la danza, ma anche in questo caso si tratta di una scelta di politica culturale.
Non vi interessa?
Tutt’altro, ci piace molto, tanto che ne è stata programmata parecchia, e di qualità, ma diversi anni fa, negli anni ’80, poi però abbiamo dovuto smettere, proprio per l’impossibilità di mantenere in cartellone delle proposte valide.
Ci spieghi meglio.
Semplicemente gli spettacoli qualitativamente validi costano molto, anche più della prosa e costano sempre di più; la risposta del pubblico non era tale da farci continuare con tali costi.
Lei ha parlato di bacino di utenza dovuto al grande numero di scuole, ma la mia esperienza purtroppo è quella di una risposta molto tiepida anche dagli stessi addetti al settore, cioè direttori ed insegnanti di scuole di danza, spesso i primi a disertare gli spettacoli ed a non coinvolgere gli allievi.  Il bacino di cui parla lei riempie il teatro solo per il saggio, il proprio saggio, ma spesso non segue le altre offerte.
Gli unici spettacoli che fanno il tutto esaurito sono i grandi classici del balletto che, se sono di qualità, hanno costi altissimi, e gli spettacoli mediaticamente forti, cioè con nomi molto popolari nel cast o supportati dai media, soprattutto televisivi; francamente non si tratta della linea culturale abbracciata dal nostro teatro, mentre con quello che mi piacerebbe programmare, i contemporanei, i giovani ed i non famosi è impossibile riempire la sala anche investendo molto in pubblicità.
Mi sembra di percepire un po’ di delusione verso gli operatori del settore.
No, in realtà questo è un malcostume proprio di tutto il pubblico e di tutti i settori, con le compagnie di teatro avviene assolutamente lo stesso, ed avviene anche in altre città. Esiste un problema di fondo del pubblico, manca una cultura vera dello spettacolo dal vivo, in tutti i settori, e questa è una lacuna grave.
Ma non è colpa solo di chi viene o piuttosto non viene agli spettacoli, ma di tutto l’ambiente culturale; i teatri hanno nella propria mission quella di favorire ed avvicinare il pubblico, quindi avremmo l’obbligo di perseverare, ma in mancanza di risorse è necessario fare delle scelte.
Però negli ultimi anni la situazione è migliorata, il pubblico si sta appassionando e la danza inizia a tornare in molti cartelloni registrando grandi consensi.
E’ vero, molto è stato fatto ma molto resta da fare, moltissimo, anche perché, ripeto, la principale responsabilità è di chi programma e finanzia la politica culturale.
Però noi nelle condizioni attuali non potremmo riprendere a fare danza, poiché oramai abbiamo coltivato un’altra vocazione, quella della prosa e soprattutto della lirica, e con le scarse risorse a disposizione toglieremmo risorse ad un settore che ha grande successo per favorirne un altro che è agli inizi. Anche perché nelle Marche esiste già una buona offerta per la danza, ovviamente mi riferisco a Civitanova che ha un target qualitativo eccellente, ma date significative vengono proposte anche a Fano, o in Ancona ad esempio, senza contare la vicina Emilia Romagna. Personalmente ritengo inutile deviare risorse da qualcosa che facciamo egregiamente per creare concorrenza a chi copre già molto bene il settore. Purtroppo è sempre più frequente la tendenza a fare tutto, ed in modo approssimativo: ogni comune, ogni teatro aspira a rassegne, mostre e spettacoli propri, senza la consapevolezza che una politica culturale efficace va ben oltre la programmazione di uno spettacolo e la conta degli spettatori che lo segue. Servirebbe una sinergia nella gestione del territorio che evitasse sprechi e sovrapposizioni, frequentissimi ad esempio in estate; questo avviene anche perché l’organizzazione di eventi è prerogativa anche degli assessorati al turismo che spesso non dialogano coi colleghi preposti alla cultura, favorendo così lo spreco di danaro e di energie.
Nelle sue parole torna spesso la questione dei soldi che mancano per fare cultura.
Si, è un problema molto pesante che ci troviamo ad affrontare, il FUS negli ultimi anni è stato saccheggiato per coprire altre esigenze di bilancio, di fatto negli ultimi 15 anni i costi sono aumentati e le entrate sono sempre meno, e l’attuale situazione economica non ci lascia prospettive di miglioramento. Inoltre il sostegno per la ricerca e l’innovazione in ambito artistico è quasi nullo, proprio per come avviene nel settore universitario. In poche parole non solo mancano le risorse, ma le poche che abbiamo vengono gestite male e basandosi su una politica culturale obsoleta ed inadeguata.
Se pensiamo all’enorme investimento economico che è stato affrontato per restaurare e riaprire i moltissimi teatri storici marchigiani ed alla scarsità di mezzi che questi hanno ora per restare aperti, comprendiamo che c’è qualcosa che non va, sicuramente una notevole miopia nelle istituzioni.
Nonostante tutte le difficoltà, le Marche hanno però un’ottima offerta culturale, non solo abbiamo molti teatri che comunque lavorano ed ospitano importanti compagnie, c’è il ROF, lo Sferisterio, Civitanova Danza, Polverigi, e poi due conservatori, le università, uno stabile, il festival del cinema, e molte altre realtà minori, senza contare la fioritura di attività amatoriali, come le scuole di danza e di teatro.
Ebbene, a fronte di un panorama tanto vivace, il sostegno delle istituzioni è scarso: come spesa pro capite per la cultura le Marche sono una delle ultime regioni in Italia, e ripeto nonostante si siano spese cifre enormi per ripristinare un patrimonio teatrale ora quasi inutilizzato e che di fatto grava come un costo sulle amministrazioni comunali.
La cultura è vista solo come evento, possibilmente grande evento, come se uno spettacolo fosse solo una compravendita e da solo bastasse a trainare turismo ed economia, si confonde il turismo con la cultura.
Il panorama non è certo dei migliori, ma lei come crede che bisognerebbe muoversi per migliorare la situazione; cosa farebbe se non avesse problemi di fondi.
Investirei nei giovani, come autori e come pubblico, questo però necessiterebbe di spazi adeguati, più piccoli e con un’atmosfera diversa dal Rossini. Per quanto concerne la danza mi piacerebbe un colloquio con le scuole e gli operatori in generale che andasse oltre la semplice concessione degli spazi e mirasse, ad esempio, a programmare un’offerta culturale adeguata ad educare allievi e famiglie, un’offerta non solo di spettacoli ma anche della spiegazione degli stessi, utilizzando anche gli spazi e la competenza a nostra disposizione, oppure favorire un confronto con le compagnie eventualmente ospitate che seguisse o anticipasse gli spettacoli. Vorrei coinvolgere i piccoli teatri dei paesi, spesso inutilizzati come dicevo, utilizzandoli per ospitare performance di danzatori giovani o del luogo; ma per fare tutto questo sarebbe necessario instaurare un rapporto con gli operatori, un dialogo attualmente quasi inesistente e molto difficile da costruire viste anche le difficoltà che tutte le realtà attraversano in questo momento.
 
Articolo apparso sul n. 1/2009 di Danza è Cultura
 
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giovedì 30 aprile 2009